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Un demone in noi

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una presa di centralità, nel panorama della filosofia contemporanea, di tematiche etiche. Questo a fronte tanto di una erosione dei tipici valori morali propri dell’occidente, quanto della violenza con cui la crisi economica mondiale è entrata nel nostro quotidiano.
In tale dibattito vediamo apparire continuamente la parola “coscienza”. Sia che si parli di eutanasia, che di un ragazzo colto a copiare un compito in classe, il tema della coscienza sembra essere costante.
Nella modernità, tale concetto è andato a definire un guscio in cui la soggettività umana possa rinchiudersi, isolata dal mondo circostante e impegnata a definire in maniera autonoma, egocentrica, i proprio criteri di bene e male. Conseguenza di questo fatto è la cosiddetta etica della situazione: non esistono valori morali assoluti, ma meramente delle circostanze in cui un’azione viene ritenuta corretta o errata a seconda del caso specifico.
Il punto nevralgico della questione sembra essere quello del rapporto tra autonomia ed eteronomia dell’agire morale. Contrariamente a quanto Immanuel Kant sembra proporre, la coscienza non va intesa come capace di dedurre da sé la propria ragion d’essere e le proprie norme: uccidere un uomo è sbagliato in qualunque circostanza e tempo.
Prendiamo in considerazione due autori a me cari: Socrate e Tommaso D’Aquino. Il primo, per quanto non abbia mai formulato una teoria della coscienza, è stato capace di sintetizzare le proprie convinzioni morali (ambito speculativo), con una condotta di vita conforme a tali convinzioni (ambito pratico), fino all’atto estremo dell’accettazione della morte . È un testimone, un martire pagano della verità.
Nel caso di Socrate, quella che noi chiamiamo coscienza prende il nome di daimon, un demone – appunto – che dirige il nostro agire, le nostre scelte, le nostre volizioni. Quando l’amico Critone gli offre la possibilità di evadere dal carcere, sfuggendo così a morte certa, rifiuta. Perché? Per incapacità di ignorare il valore normativo dei comandi del daimon. Socrate non è spinto da un impulso da un’intuizione, ma dalla precisa volontà di aprire la propria soggettività ad una chiamata venuta dall’esterno. Una chiamata a perseguire la verità rilanciata dalla voce del daimon.
Qui ci aiuta la nozione di sinderesi propria della filosofia di Tommaso.
Il daimon, metaforicamente, è il luogo della nostra interiorità dove la nostra coscienza scopre una legge che non si è data autonomamente, ma che viene dall’esterno. Oggettiva, dunque. Tale legge recita: «fai il bene, evita il male». 
Bonaventura da Bagnoregio, chiama questo luogo dell’interiortà dove la legge abita con un bel termine, “scintilla coscientiae”.
La sinderesi, dicevamo, è l’atto col quale la soggettività vede la scintilla. Il linguaggio neoplatonico, più in voga oggi, parlerebbe di anamnesi o reminiscenza: una sorta di ricordo di un qualcosa da sempre iscritto nell’animo umano. 
Alcuni potrebbero controbattere, ed è idea comune, che questo “qualcosa” (la legge morale citata sopra), sia in realtà entrato nell’interiorità del soggetto a seguito dell’educazione ricevuta fin da piccolo. Così tale norma morale che ci spinge a ricercare il bene sarebbe acquisita, non innata. Non nego che non ci siano ragioni per sostenere la legittimità di questa posizione, d’altra parte domando: se fosse acquisita con l’educazione, la spinta verso il bene sarebbe così totalizzante?

Alessio Persichetti

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