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I dimenticati Moonshake

Ho avuto il piacere, in quest’ultimo periodo, di far passare per le mie oziose orecchie le polimorfe creazioni dei Moonshake. Originari di Londra, i quattro (una volta) giovani in formazione: Dave Callahan, Margaret Fiedler, John Frenett, Mig Moreland, facevano parte nella scuderia della celebre Too Pure, etichetta nelle cui fila militavano gruppi come Seefeel, Stereolab, Pram. Le  lorosonorità, discendenti dirette del sound wave e dedite – con le dovute differenze – ad un tentativo di rimescolamento del rock con l’elettronica, furono seminali per ciò che il buon Simon Reynolds, celebre critico musicale, andrà poi nel ’94 ad etichettare come post-rock.
Tra queste band, i Moonshake furono tra i primi a sancire un filo diretto che collegasse la scena dell’epoca anche al glorioso periodo kraut (il nome della band deriva appunto da una canzone dei Can). Dalla celebre corrente teutonica i  Moonshake mutuarono un certo gusto per le poliritmie e il sentimento di lucida follia tangibile sia nel loro primo lavoro che, in modo maggiore a mio avviso, nel secondo e penultimo lavoro. Ma le loro influenze vanno ben al di là della riscoperta scena tedesca dei primi anni settanta, trovando ad esempio padrini anche nell’immenso calderone new wave, in particolare John Lydon e i suoi Public Image e i lavori post-Pop Group di Mark Stewart. 

Eva Luna – 1992

Una copertina innocente, quasi fanciullesca, si palesa come biglietto d’ingresso per un disco in cui, attraverso lo snodarsi di tredici tracce, Mark Stewart, Can, Public Image Ltd. e My Bloody Valentine si stringono in un caleidoscopico girotondo per un disco che, tra reminescenze new wave, bizzarrie e poliritmie kraut, noise, fiati jazz e suadenti innesti dub, approda con alcune delle sue atmosfere. La voce sussurrata della Fiedler, per altro, sembra lambire lievemente sonorità trip-hop. Le trame ritmiche, trovando un perfetto equilibrio tra gli intricati patterns di Moreland e l’ipnotico incedere del basso dub di Frenett (uno dei migliori “figlioli” di Wobble), ospitano ora la stridente ugola di Callahan (a metà tra Stewart e Corgan), ora quella suadente della Fiedler, riuscendo a catturare subito l’ascoltatore in un ascolto attento, come d’altronde il disco, da par suo, richiede. Un lavoro che dopo quasi vent’anni suona freschissimo e, col senno di poi, sorprendentemente innovativo.

The Sound Your Eyes Can Follow – 1994

Un titolo spendido e una nota sul retro di copertina “garanteed guitar-free” ci introducono al secondo, e forse ultimo, ispirato lavoro del gruppo londinese. Abbandonata la barca da Fiedler e Frenett intenzionati a dar vita ad un’altra formazione, i Laika, Callahan e Moreland decidono di approfondire un’altra via, senza però tradire completamente il sound dell’esordio. Il titolo dell’album fornisce infatti un’ottima chiave di lettura per l’ascolto di questo secondo parto dei rimanenti membri del gruppo. The Sound Your Eyes Can Follow si presenta come un lavoro ancor più eclettico (e leggermente più ostico) del primo, un lavoro nel quale le chitarre, come accennato, spariscono dal palco, lasciando spazio e applausi ad atmosfere più cupe e ad influenze jazz assai più spiccate. Si respira tra i solchi del disco (tra i quali è presente come ospite Pj Harvey) un sentimento più vicino a certo rock d’avanguardia, al free-jazz, al funk. Un disco di più complesso da assimilare, ma sicuramente non meno importante del suo predecessore.

Michelangelo Meneghini

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