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Dopo qualche giorno di prova, il “nuovo” Polinice è pronto. Dopo 250 giorni insieme, abbiamo deciso di proporvi un’interfaccia più dinamica e un dominio (www.polinice.org) meglio caratterizzato.
Un Polinice nuovo nella forma, dunque, ma sempre lo stesso nei contenuti. Soprattutto sempre lo stesso nelle motivazioni.
Oggi, la rubrica di filosofia vorrebbe cogliere l’occasione per dire qualcosa sullo spesso vago e sfuggente concetto di fare cultura. Polinice fa cultura, o per lo meno ci prova. Ma perché? Qual è il senso di fare cultura a venti, venticinque anni? Provo a rispondere partendo da lontano. Dall’Etica Nicomachea di Aristotele.
Nel pensiero etico classico, la riflessione sulle tematiche etiche è finalizzata a definire quali siano le condizioni di possibilità di una vita riuscita. La risposta preponderante è che si definisce riuscita una vita vissuta all’insegna della felicità. Cos’è, tuttavia, la felicità?
Sempre secondo Aristotele, la felicità si identifica con l’esercizio della facoltà che più è propria dell’essere umano: l’esercizio della ragione. Banalmente, il calciatore felice è il calciatore che gioca a calcio (e, l’esperienza ci insegna, triste è il calciatore infortunato che deve starsene in panchina). Allo stesso modo, più in generale, l’uomo – animale razionale – sarà felice quando potrà fare uso della propria ragione. Semplice no?
Purtroppo intervengono qui delle complicazioni. L’esercizio della razionalità dona la piena e perfetta felicità solo quando è dedita all’attività più perfetta: la contemplazione dell’oggetto più perfetto, il Motore Immobile.
Ora, oltre al fatto che tutta quest’insistenza sulla perfezione potrebbe far storcere il naso a qualcuno, una simile attività non è alla portata di tutti, ma solo di pochi (e fortunati!) uomini saggi. Insomma, è definizione della felicità elitaria, di parte.
Fermo restando che l’Etica Nicomachea è un capolavoro e che la proposta etica aristotelica è certamente una delle più solide della storia della filosofia occidentale, vorrei portare il discorso un po’ più “in basso”.
Anche senza usare paroloni come contemplazione, teoresi o razionalità, mi sembra di poter dire che leggere un libro scritto bene, sentire un pezzo di musica come si deve o guardare un film girato dignitosamente siano delle esperienze che danno delle belle sensazioni. Chi legge Polinice è – nella maggior parte dei casi – uno studente. Sa che bella soddisfazione sia portare a casa da un esame un buon risultato, magari gongolando (e bagordando) per i tre giorni successivi.
Insomma, senza scomodare Aristotele, senza fare discorsi altisonanti e spocchiosi sulla perfezione della vita del saggio con la barba bianca, mi sembra si possa dire che la cultura fa stare bene. Non mi voglio spingere così in là da dire che la cultura faccia la felicità – non mi azzarderei. Mi accontento di confessarvi che scrivere questo articolo mi sta piacendo, mi diverte e mi dà soddisfazione. E sono certo che sottoscrivono questa confessione anche gli altri ragazzi del blog: fondatori, “redattori” e collaboratori tutti.
Ecco perché scriviamo su Polinice: ci piace. Non pretendiamo di avere grandi intuizioni: ci accontentiamo con gioia di proporvi qualche spunto di riflessione su tematiche varie e con un po’ di spirito corsaro. Insomma, ci accontentiamo, nel nostro piccolissimo, di fare (un po’) di cultura.
Occhio però: la cultura non si fa “a senso unico”, autori e lettori sono ugualmente impegnati in questo fatto. Poco senso avrebbe scrivere se non ci foste voi che leggete.
Per voi dunque (e per il nostro malcelato auto-compiacimento… eheheh…) il nuovo Polinice.

G.V.S.

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