Home / Musica / Talking Heads: Once In a Lifetime

Talking Heads: Once In a Lifetime


Prima che i nerd diventassero sexy, quando fare musica imponeva la scelta fra fare partiture complesse per intellettuali, o musica volgare e aggressiva per le masse, ma soprattutto mentre l’impatto del punk stava per cambiare per sempre la musica mondiale nascevano a New York i Talking Heads.
I Talking Heads, riconosciuti non a torto come una delle band più importanti della cosiddetta ‘new wave’, sono uno di quei pochi gruppi che possono essere considerati grandissimi su un doppio livello. Il primo, quello più ovvio, ma non per questo meno importante, è la proposta di una musica che si avvale con meravigliosa intelligenza degli aspetti più groovydel funk, senza mai rinunciare alle evidenti radici rock n’roll, riuscendo a scegliere la semplicità e come soluzione espressiva, ma suonando con garbo, senza l’irruenza tipica del garage e del punk. Il secondo piano, ben più epocale e profondo, è il sottotesto nascosto in questa apparente musica allegra e festosa. David Byrne, Chris Frantz, Tina Waymouth, Jerry Harrison furono appunto forieri di un’esperienza musicale che riuscì a coniugare all’immediato aspetto musicale un intellettualismo non sempre così evidente. I testi cinici e ironici del geniale Byrne, cantati allo stesso tempo con angoscia ed eleganza, si poggiano su un sound che dietro le immediate piacevolezze ritmiche che frequentemente sfiorano la disco-music offre finezze tuttora insuperate, che si muovono fra citazioni rimescolate di beat, soul, world-music, complessi incastri ritmici con rimandi tribali, sino ad arrivare a sperimentazioni elettroniche a cui il gruppo approdò anche grazie all’intervento di Brian Eno, produttore (e spesso coautore) della band dal 1978 al 1980.
Tutte queste contaminazioni musicali subiscono sfumature ora ossessive, ora inquiete grazie allo strabiliante talento del camaleontico David Byrne, forse uno dei pochi artisti da avere una personalità tale da riuscire a non farsi soffocare da Brian Eno produttore. Byrne in pochissimo tempo passa da essere una delle attrazioni principali dal CBGB’s a essere un’icona post-moderna, portavoce delle inquietudini e delle nervosi dei suoi tempi con un atteggiamento talvolta ironico, talvolta beffardamente messianico. 
Evitando di fare classifiche su dischi che sono indubitabilmente pietre miliari nel mondo della musica leggera – e qui non si ammettono repliche – i Talking Heads dal loro esordio Talking Heads: 77, sino all’acclamato Remain in Light hanno avuto una crescita che difficilmente ha eguali nella storia della musica leggera. Il lento declino, causato anche dalle esperienze parallele dei membri della band (l’inizio della carriera solista di Byrne e i Tom Tom Club)  arriva non prima di regalarci la loro gemma pop Speaking in Tongues e lo spettacolare film-concerto Stop Making Sense del quale già abbiamo parlato qua, il quale fotografa alla perfezione quanto Byrne e compagni fossero un’immensa macchina live (tra l’altro durante i concerti i Talking Heads si avvalevano della presenza dei membri degli immensi Funkadelic), riuscendo a essere allo stesso tempo divertenti, eleganti e cerebrali.
Il deludente Naked (1988), che tenta in qualche modo di ritornare al funk sperimentale di Remain in Light, mette in luce tutto il blocco compositivo della band che era parzialmente celato nei precedenti episodi discografici, e lo scioglimento sembra inevitabile anche alla luce delle ambizioni di David Byrne che potrà dedicarsi a tempo pieno alla sua complessa carriera solista. Ma questa è un’altra (bella) storia…
Luigi Costanzo 

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

Check Also

Beck – Sea Change (2002)

Beck negli anni Novanta fu uno degli idoli assoluti della Generation X, l’autore paradigma di ...