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Apple torna a casa

E’ inverno e la casa del mio amico Jacopo si trasforma in un dolce quanto squinternato club per ragazzi il cui unico obiettivo è infilare la 8 o la 15 prima dell’avversario. Così nello scorrere di sponde e palle finalmente andate in buca, lo stesso Jacopo prendendo il suo iPhone per rispondere al centounesimo messaggio di chat, ci informa della notizia che Apple a breve sarebbe tornata negli USA.

La scelta di Cupertino passa direttamente dalle parole del chief executive Tim Cook ed è uno di quegli annunci capaci di far restare il pubblico dei consumatori sorpresi. Sì, apparentemente la scelta della Apple di tornare in patria, in un’epoca in cui il dogma dell’industria è delocalizzare, può sembrare quantomeno poco redditizia e per alcuni aspetti anacronistica. Eppure, anche nell’Italia in cui il Gruppo Fiat fugge, multinazionali del calibro di Luxottica sono tornate a produrre nel luogo della propria sede legale. Dietro la scelta di Tim Cook e dell’Apple vi sono analisi economiche e geopolitiche ben più grandi delle parabole dei professori da talk-show alla Ballarò.

Un annuncio capace di far rimanere almeno parzialmente nell’ombra il calo del titolo Apple in borsa da oltre un semestre. Se dalla crisi gli Stati Uniti d’America stanno imparando qualcosa è che dal manifatturiero si possono avere grandi margini di profitto. Nel rapporto “Made in America, again” del Boston Consulting Group è stato analizzato come oltre tre quarti delle grandi industrie che operano nel campo manifatturiero abbiano piani di rientro negli Stati Uniti a breve.

Ora non bisogna cadere nel tranello di un nuovo grande senso patriottico negli affari da parte dei giganti dell’industria stelle e strisce. Innanzitutto, bisogna tener presente che i capostipite della delocalizzazione sono stati gli stessi, e che ogni singola scelta delle multinazionali si basa su un attenta analisi dei dati macroeconomici. Dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi gli Stati Uniti d’America si trovano in una posizione diametralmente opposta. Da un lato le politiche democratiche e gli aiuti di Stato all’industria dell’automobile (cosa vietata dall’Unione Europea) hanno spostato, anche se di ben poco, l’attenzione dell’opinione pubblica sull’importanza di una finanza che miri alla crescita delle imprese e non dei singoli capitali. Dall’altro la crescente diminuzione dei costi dell’energia hanno reso possibile un livello di adeguamento tra i prezzi della stessa nel Nord America ed in Asia.

Per comprendere meglio il cambiamento nel costo dell’energia e le nuove tecniche d’estrazione degli Idrocarburi non convenzionali, basta tenere in considerazione le parole di Edward Luce, che dalle colonne del Financial Times affermava che se all’inizio del primo mandato del presidente Barack Obama “il paese progettava di dover importare gas da posti come il Qatar. Di colpo gli Stati Uniti si sono accorti di essere seduti sulla fornitura di gas del secolo”.

A questo dato interno le aziende statunitensi legano il crescente costo della logistica mondiale e l’innalzamento di tensioni geopolitiche che minacciano i rifornitori, il che suggerisce uno spostamento da alcune zone dell’Asia. A ciò va aggiunto l’innalzamento dei salari dei lavoratori cinesi, il voluto indebolimento del dollaro ed i nuovi piani aziendali, soprattutto, nel campo del hi-tech.

Certo, se si pensa ai miliardi di dollari investiti da Cupertino in Asia, il centinaio di milioni sembra ben poca cosa, eppure sembra essere l’inizio di un nuovo trend. Il tutto non dimenticando l’importanza del settore Marketing per aziende come l’Apple. E’ del Council of supply Chain Management Professional il sondaggio che rivela come la metà delle imprese crede che il trend del trasferimento della produzione negli Stati Uniti continuerà. Inoltre, bisogna tener presente come la forte crisi e disoccupazione hanno reso indispensabile per le aziende rendere i consumatori capaci di vedere una ridistribuzione della ricchezza sul territorio.

Tant’è che durante l’annuncio di una produzione di una linea di Mac in patria, lo stesso Tim Cook abbia tenuto a rimarcare come Apple “abbia contribuito ad oggi alla creazione di 600 mila posti di lavoro”, dalla ricerca al retailing fino alle società che sviluppano programmi. Il tutto avviene nel momento di maggior calo da quattro anni in borsa, come a dire che se iniziano i problemi allora vuol dire che è giunta l’ora di tornare a casa.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

About Antonio Maria Napoli

Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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