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Death Is the Martyr of Beauty: il meglio dei Death in June


 

Cominciamo da un punto fondamentale: i Death In June, spesso accusati di essere vicini a ideologie nazistoidi a causa della loro iconografia, nasconono, in una loro forma estremamente embrionale come Crisis, gruppo punk sposato a un’ideologia di estrema sinistra. Bastano qualche EP ed un mini-LP per far desistere Douglas Pearce e Tony Wakeford. Qualche tempo dopo, tuttavia, i due si rincontrano, dando il via, insieme al nuovo arrivato Patrick Leagas, ad un progetto con sonorità decisamente diverse. Nascono così i Death In June. Il nome, tanto particolare quanto affascinante, sembra derivare da una frase di Leagas mal interpretata da Pearce, ma altre indiscrezioni vorrebbero che il suddetto derivi dalla notte del 29-30 giugno 1934, quando l’intero vertice delle SA, le truppe d’assalto del partito nazionalsocialista, vennero epurate per far posto alle SS. Già questo diede il via all’ambigua connotazione stilistica del gruppo, sempre incline a far uso di simboli richiamanti ideologie di estrema destra. Questa abitudine è comune a molte formazioni post-punk, specie nell’ ala industrial.
Il loro logo, abbastanza rinomato, è appunto il totemkopf che le SS avevano cucito sulla loro divisa. Le accuse su questo versante possono essere ridimensionate: in primis per la dichiarata omosessualità di Douglas, e, in seconda istanza, per l’allontanamento di Wakeford, reo di essersi iscritto ad un partito d’estrema destra (anche se la dipartita ci fu soprattutto per ragioni artistiche). Wakeford, futuro Sol Invictus, verrà sostituito dal più importante compagno di avventura di Douglas, quel David Tibet che, già leader dei Current 93, instaurerà una collaborazione e un’amicizia che durerà fino al 1994.
Volendo tracciare una discografia essenziale della band, non v’è dubbio che, con le dovute eccezioni, essa abbia vissuto il suo periodo migliore dal 1983, anno del primo LP, al 1992, quando Pearce raggiunge forse il suo apice compositivo con ‘But,  What Ends When the Symbols Shatter?’, tuttora disco più acclamato della band inglese.

The Guilty Have No Pride(1983): Il disco d’esordio presenta un sound ancora abbastanza acerbo, con chiari richiami al post punk dei Joy Division, ma colmo di intuizioni, come nastri di chitarra registrati al contrario, urla, e sparute apparizioni di tromba, che contribuiscono a rendere l’atmosfera del lavoro assai più morbosa e affascinante.

Nada! (1985): Disco che sancisce l’abbandono di Wakeford e l’entrata in scena della controversa figura di Tibet, personaggio con una strana e misteriosa aura intorno (era, tra le altre cose, un adepto di Aleister Crowley, controverso artista e occultista britannico). L’intesa tra i due produce subito notevoli risultati: il sound del primo lavoro si trasforma in una sorta di oscuro techno-pop à la Depeche Mode, costellato qui e là dai primi spunti di chitarra acustica, che nei successivi lavori andranno a formare l’ossatura del nuovo corso sonoro della band.

The World That Summer (1986): Primo vero capolavoro della produzione dei Death In June, questo disco sintetizza in modo esemplare le tendenze passate e future della band, mostrando un’eterogeneità che si risolve ora in pezzi atmosfericamente malati, ora in ballate dark-techno di miracolosa fattura, ora in riproposizioni di chitarra, il tutto reso con atmosfere e ritmiche marziali. Chiude l’apocalittica “Death Of A Man”, introdotta da un gong e diramata attraverso un caos sonoro dedicato a due delle principali influenze letterarie di Pearce: Yukio Mishima e Jean Genet.

The Brown Book (1987): The Brown Book è un lavoro meno complesso del precedente, con una durata decisamente minore (poco più di 30 minuti), ma forte di pezzi ed intuizioni che lo consacrano a capolavoro assoluto della decade ottantiana. In un disco colmo di poetica, Pearce sfoga le sue angosce, le sue preoccupazioni, e i suoi “esoterismi”: la perduta grandezza dell’ Europa, determinata dallo spartiacque che fu la seconda guerra mondiale e la conseguente riscoperta delle sue radici musicali folk, la misteriosa simbologia runica, il culto della rosa e della bellezza. The Brown Book è al contempo un manifesto di depressione, nostalgia, insofferenza e poetica.

But, What Ends When The Symbols Shatter? (1992)
Dopo tre anni dal precedente ‘The Wall of Sacrifice’ esce, a sorpresa, un nuovo disco dei Death In June. Ma non è un disco come gli altri. C’è qualcosa, fin dalla cover, che lascia un certo senso d’inquietudine nell’ascoltatore, conscio di trovarsi di fronte a qualche apocalittica proposta sonora. Nulla di più sbagliato. Questo è il lavoro in assoluto più delicato ed intimo di Pearce. Pochi dischi possono vantare una così chiara fragilità, una pacatezza dei suoni, una tale delicatezza delle melodie. Pearce vuole proporre il culto della bellezza nella sua forma più pura. L’artista perse le speranze e vinto dalle sue angosce, giunto all’idea del definitivo fallimento dell’esistenza dell’uomo e di dio, trova riparo, in un’opera prettamente romantica, nella contemplazione della natura e della poesia. I “simboli”, le convinzioni sono definitivamente svaniti, ma l’uomo, anziché arrendersi, rassegnarsi, si rifugia in ciò che trova sfogo ideale: dodici sfuggenti, delicate ballate, perle di assoluta bellezza nella loro semplicità.

Se dovete ascoltare un solo disco dei Death In June, fate in modo che sia questo.

Michelangelo Meneghini

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