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Newtown, il secondo emendamento e la cultura delle armi

I fatti di Newtown, teatro dell’ennesima, ignominiosa, strage di massa negli Stati Uniti, hanno (ri-)aperto un intenso dibattito sul ruolo delle armi nella società americana. Ri-aperto perché, in realtà, il problema del controllo delle armi non ha mai smesso di infiammare l’opinione pubblica d’oltreoceano. Il braccio di ferro tra gli accoliti della National Rifle Association (NRA) e i sostenitori di una restrizione dell’accesso alle armi, potrebbe però essere giunto a un punto di svolta. Sarebbe, d’altra parte, strano il contrario: la morte di venti bambini (e di sei eroiche maestre) è una polvere che nemmeno il più sagace dei lobbisti potrebbe far sparire sotto il tappeto. La stessa situazione politica è poi particolarmente interessante: Barack Obama è un presidente democratico, di provenienza liberal e, soprattutto, è al secondo ed ultimo mandato: può permettersi di scontentare qualche elettore.


Chiudo però qui i preamboli di carattere politico: PoliNietzsche è una rubrica di filosofia e non è mia intenzione uscire da tali confini. Il mio interesse, oggi, è quello di provare a capire quali siano le fondamenta della cultura delle armi americana. Il mio sospetto è che tali fondamenta siano legate ad una particolare idea di Stato, figlia di dinamiche storiche particolari.

Il 4 luglio 1776 le tredici colonie del Nuovo Mondo dichiararono la propria indipendenza dalla corona britannica. Come mi è già capitato di scrivere1, la Dichiarazione conteneva la dirompente rivendicazione di alcuni diritti connaturati alla persona. Il ribelle aveva la precisa certezza di essere legittimato da Dio a godere di una vita libera orientata al raggiungimento della felicità. Simili convinzioni delineano una concezione dell’individuo fortissima: Dio è fatto garante della pretesa del colono di rifiutare la sovranità di re Giorgio III. Vinta la Guerra d’Indipendenza, quello stesso Dio venne posto a garanzia del diritto di pionieri e cowboy di costruirsi la propria fortuna in mezzo alle praterie, senza ingerenze  da parte del potere pubblico.

Detto in altri termini: gli estensori della Dichiarazione avevano in mente un’idea di cittadino inteso come uomo consapevole delle proprie prerogative e, conseguentemente, libero di determinarsi in piena autonomia. A ciò si associava una concezione dello Stato inteso come struttura che programmaticamente si astiene dall’intromettersi in questo processo di auto-determinazione (in antitesi rispetto alle monarchie assolute dell’Ancien Régime).

Principale autore della Dichiarazione fu Thomas Jefferson. Quest’ultimo non partecipò in prima persona alla stesura della Costituzione dei neonati Stati Uniti: dal 1785 al 1789, infatti, svolse mansioni diplomatiche a Parigi. Rientrato in patria, trovò che la Carta approvata aveva strutturato un modello di Stato troppo centralizzato e, soprattutto, troppo poco attento a quelle libertà individuali che la Dichiarazione aveva invece garantito. Occorreva ovviare a questi problemi. Jefferson e i suoi corsero ai ripari proponendo dodici emendamenti alla carta costituzionale, dieci dei quali vennero approvati e confluirono nel cosiddetto Bill of Rights.

Tra questi emendamenti, il secondo recita: «Essendo una milizia ben regolata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini a detenere e portare armi non potrà essere infranto»2.

È proprio questa la norma alla quale si appellano i sostenitori del libero possesso delle armi da fuoco, con la potentissima National Rifle Association in prima fila.

Analizziamo più attentamente il testo.

Il secondo emendamento asserisce con chiarezza che il cittadino americano sia in possesso del diritto non solo di detenere, ma anche di portare armi. Ma perché? Prima della proposizione principale troviamo una subordinata causale in forma implicita. Riformulando, potremmo tradurre: «Dal momento che la presenza di una milizia ben irregimentata è necessaria affinché lo Stato possa essere libero e sicuro, i cittadini hanno diritto a detenere e portare armi».

PH: Larry Cowles

In effetti, letto integralmente, l’emendamento assume un significato per nulla banale: il diritto a portare armi non è assoluto, ma relativo alla necessità di formare una milizia. A questo punto però la domanda sorge spontanea: quando mai dovrebbe essere necessario formare una milizia? Se assumiamo la prospettiva di un pioniere americano vissuto a cavallo tra ‘700 e ‘800, la risposta è altrettanto banale. I casi ipotizzabili sono infatti vari: una scorreria di briganti, una sommossa, l’attacco di un esercito straniero (spagnolo, francese o, ancora, inglese). La milizia civica è, insomma, una forma di supplenza nei confronti di uno Stato giovane ancora incapace di stanziare distaccamenti dell’esercito in ogni singolo villaggio del paese. Semplice no?


Ma oggi, nel XXI secolo, a che cosa potrebbe servire una milizia civica? A rimandare su Marte gli alieni? A salvare Bella Swan dai vampiri?

Non voglio, con questo, ridicolizzare il problema. Al contrario! Ritengo che il secondo emendamento abbia delle fondamenta storiche fortissime e degne di rispetto. Non voglio  nemmeno passare per l’europeo snob che se la ride dietro allo Yankee un po’ tonto. Vedo  anzi nel secondo emendamento il segno tangibile di una società che, con sano pragmatismo, si strutturò sotto il segno della difesa incondizionata della libertà dell’Individuo (mi si consenta la maiuscola).

D’altra parte, non credo sia nemmeno accettabile che politici reazionari schiavi dei diktat delle lobbies delle armi insistano nel dare una lettura anti-storica del secondo emendamento. Il presidente Obama, da ex-studioso di diritto costituzionale, non credo possa continuare a fare “orecchie da mercante”. Sarebbe davvero imperdonabile (e deludente) se non si dedicasse alla ricerca di una soluzione3. Una soluzione che non necessariamente snaturi la cultura americana (che, parliamoci chiaro, con le armi ha un legame strettissimo), ma che perlomeno metta al bando fucili d’assalto con caricatori da 30 colpi (!) come quello usato da Adam Lanza lo scorso 14 dicembre.


Giulio Valerio Sansone

1. Life, Liberty and Pursuit of Happiness
2. «A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed».
3. Vedi un recente articolo comparso sul New Yorker del 14 dicembre scorso: «What Obama must do about guns» .

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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