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You don’t have to keep the beat, they’ll still think it’s neat

Quale sia il ruolo del critico cinematografico nell’epoca di internet è una questione che vale la pena dibattere più di quanto non possa sembrare a prima vista. In fondo, si potrebbe dire, che scriva su carta o su un sito, l’attività non cambia di una virgola: una persona che si suppone più esperta dello spettatore medio va a vedere un film, e poi mette nero su bianco le sue opinioni, se non il suo giudizio, a vantaggio di chi quel film vuole decidere se vederlo o meno.

Ovviamente è una semplificazione e una generalizzazione che non può essere applicata a tutti i critici (probabilmente a nessuno che non sia solo “prestato” all’attività, come purtroppo spesso accade in Italia, anche su pubblicazioni di una certa dimensione), ma esiste sicuramente un aspetto pedagogico e/o di raccomandazione nel mestiere del recensore che sembrerebbe non intaccato dal passaggio ad un nuovo medium. Il problema, come sempre, è che al nuovo medium sono passati anche i lettori/spettatori e se si vuole scrivere di cinema (o di qualsiasi altra cosa), bisogna tener conto di questa circostanza.

Il primo dato di fatto di cui prendere coscienza è che qualsiasi cosa venga scritta verrà bypassata dalla maggior parte delle persone, incluse quelle interessate all’argomento di cui si tratta. Nel caso del cinema in particolare, ci sono talmente tante maniere per farsi un’idea di cosa ci aspetta in sala e anche di cosa i critici e gli spettatori pensano del tale film che sedersi e leggere una recensione è probabilmente uno dei meno economici ed efficaci.

Se da una parte questo elimina praticamente del tutto quel poco di aura sciamanica che poteva essere rimasta alla figura del critico cinematografico, dall’altra viene fatta piazza pulita di un malinteso che era stato tenuto in vita in maniera interessata per molto tempo: i film prima si vedono, poi se ne legge a riguardo, non viceversa, perchè va bene i consigli per gli acquisti ma il rapporto qualità/prezzo non può essere un fattore nell’analisi di un’opera artistica.

Il che ci porta al punto successivo, ossia il fatto che il rapporto qualità/prezzo non ha proprio più nessun motivo di essere preso in considerazione nel momento in cui, volenti o nolenti, i film sono accessibili pressochè gratuitamente a chiunque abbia un minimo di dimestichezza col file-sharing.
L’accessibilità di questi canali fa aumentare esponenzialmente il numero (almeno quello potenziale) di cinefili incalliti sempre alla ricerca di cose nuove, e contemporaneamente “minimizza i rischi”, o se non altro le conseguenze dei rischi, che lo spettatore medio corre quando decide di avventurarsi su un sentiero meno battuto di quello indicato dalle pay-tv o dalla programmazione dei multisala. Ora, dire che al giorno d’oggi gli spettatori sono più inclini a questo tipo di azzardo non sarebbe probabilmente corretto, ma sicuramente gli strumenti (attivi e passivi) a disposizione di chi volesse cercare di esporre una maggiore fetta di pubblico a tipi di cinema diversi sono più potenti e a portata di mano.
In questa maniera giungiamo ad una concezione dello scopo dell’attività critica che è probabilmente preferibile a quella del semplice pollice in su o in giù, in quanto se nessun critico ha mai potuto incidere sul successo di grandi produzioni che riescono o falliscono commercialmente per dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la qualità del film, invece il potere che si ha di promuovere pellicole meno esposte all’attenzione del pubblico è uno che vale la pena di esercitare. Personalmente poi sono dell’opinione che è giusto farsi incuriosire anche da un solitario parere positivo e sbagliato farsi scoraggiare anche da una schiacciante maggioranza di bocciature, per cui sono decisamente a favore di una mentalità che più che pensare alla “scrematura” di ciò che è bello da ciò che è brutto (per dirla semplice) si ponga l’obbiettivo di stabilire collegamenti tra persone, film, altre arti o qualsiasi altra cosa valga la pena di tirare in mezzo in modo da arricchire il tessuto culturale della società, anche partendo modestamente dal proprio angolino.

Il discorso non è troppo scollegato da quello che si faceva la scorsa settimana, e parte dalla constatazione che la nostra generazione tende a preferire un’autodeterminazione da cameretta piuttosto che gli ideali da piazza, ed invece di cercare di stabilire quanto sia salutare la cosa (specie visto che la maggior parte delle persone che sente l’impellente bisogno di pronunciarsi sulla questione si conta i capelli in testa con l’abaco), si potrebbe cercare di capire cosa di buono si può tirare fuori da una tendenza che non può certo comportare il declino della civiltà occidentale più di quanto non lo comportarono i Rolling Stones.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri

Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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