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Dopo un anno… Wow!

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Venni al conoscenza dei Verdena al ginnasio. Una mia amica, fan della prima ora, mi prestò Verdena (1999), Solo un Grande Sasso (2001), e uno dei primi EP, per convincermi della qualità del trio di Albino, del quale era innamorato il ragazzo di cui lei era a sua volta innamorata. Io, imberbe metallaro, un po’ disgustato dall’idolatria della mia amica, un po’ poco convinto dalla proposta smaccatamente grunge del gruppo, lasciai perdere abbastanza presto e non cercai mai di farmeli piacere davvero. Eppure una decina d’anni fa, visto che non tutti avevamo ottime connessioni ad internet, se capitava di avere per le mani un cd, si tendeva ad ascoltarlo parecchio. E questo fu fondamentale quando nel 2004 uscì Il Suicidio del Samurai, che metteva in campo gli elementi dei primi due dischi con un’anima molto più adulta e matura, dando alle stampe quello che a mio parere rimane ancora adesso il loro primo LP di alto livello. Rimasi talmente entusiasta dal disco che quell’estate andai anche a vedermi la band dal vivo. 

Nel Marzo 2007, quando uscì Requiem, neanche me ne accorsi. Per ascoltare veramente il disco aspettai la fine di quell’anno, più o meno questo periodo, e fu un’immensa delusione. Mentre la critica acclamava la maturità e il coraggio del trio italiano, io rimanevo sconcertato dal noiosissimo, pretenziosissimo,  pesantissimo polpettone di un’ora che era questa nuova uscita. Certo, non mancavano pezzi notevolissimi, ma l’impressione era che il gruppo si fosse messo in testa di suonare ogni pezzo come fossero una band diversa, copiandone il sound e le strutture. In più ero infastidito dalle innumerevoli citazioni presenti sia nei titoli, che nella musica. A distanza di cinque anni devo ammettere di aver rivalutato parzialmente il disco, anche alla luce di quello che sarà Wow, loro capolavoro del 2011.
Come si affronta l’uscita di un nuovo (doppio!) disco di un’ora e mezza di un gruppo che ti aveva fortemente deluso con la sua ultima uscita, e del quale – alla fine dei conti – si apprezza un solo album? Facile, in nessun modo. Non si ascolta. Più facile di così! Eppure, per quanto a volte lo scetticismo sia cosa buona e giusta e il provare a vivere in un’isola altrettanto, quando la parola ‘capolavoro’ supera il numero legale consentito è ora di porsi con orecchio attento (ma soprattutto critico) all’ascolto. Ok, Wow non è un capolavoro, ma è il capolavoro, il capolavoro dei Verdena, quello che fino ad ora è il loro acme compositivo e che scioglie ogni minimo dubbio sul talento della band di Alberto e  Luca Ferrari e Roberta Sammarelli. Un disco in cui c’è una quantità tale di influenze che ormai è veramente complesso parlare di padri putativi e riferimenti (anche se qua dentro di Motorpsycho e Flaming Lips ce n’è a bizzeffe), ma si può solo accettare il grande spettro compositivo a disposizione della band. Un lavoro che deve tanto all’isolamento, alla riscoperta del cantautorato italiano, al coraggio di esprimersi in tutti questi linguaggi differenti.

Forse Wow non è una pietra miliare, ma di certo il miglior disco italiano uscito su major negli ultimi dieci anni.

Luigi Costanzo

La redazione di Polinice vi augura un Buon Natale. 

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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