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Un Trip chiamato viaggio

“Ma il vero viaggiatore è chi parte per partire,
 ha il cuore lieve un po’ come i palloni,
 non si allontana mai dal suo destino, 
e senza saper perché ripete sempre: ‘andiamo!’”
(Il viaggio, C. Baudelaire)
Cari lettori, proviamo a fare un piccolo passo indietro nel tempo: torniamo con la mente alla mattina di ieri.
Grigio, buio, pioggia. Siamo ancora sotto le coperte, forse, a pensare cosa sia finito ieri. Stamattina ci siamo svegliati ed è finito un viaggio, un viaggio breve, cominciato ieri tra la folla felice sotto il sole dell’ultimo dell’anno, finito oggi, tra le strade bagnate e desolate, tra vetri rotti e fuochi inesplosi. La città si sente oggi come chi oggi ha finito il suo Trip, impazzito di gioia, rincorse strade fluorescenti ha corso in percorsi nuovi svegliandosi in un deserto di nulla, nella desolazione della fine del viaggio.
Oggi volevo scrivere sul Trip, quello allucinogeno per capirci, il padre dei viaggi mentali che ci siamo fatti in queste ultime ore dell’anno, idea del delirio trascorso in forme diverse, ma con intensità simili, dalle nostre menti. Non solo viaggi di euforia ma anche di solitudine, di riflessione e di dolore; non solamente trip chimici, non solamente alcool e droghe, ma anche attimi di concentrazione sul reale, se pur immaginato, idealizzato o distrutto.
T. McKenna
Il pathos è lingua comune in momenti ordinari di comune euforia: “Dioniso parla la lingua di Apollo, ma alla fine Apollo parla la lingua di Dioniso”.
Il viaggio breve di Terence McKenna,  per la precisione un viaggio mentale di venti minuti si chiama DMT (dimetiltriptamina) porta la mente in una dimensione di trascendenza quasi totale.
McKenna ogni volta che “partiva” diceva di vedere palle da basket ingioiellate autodriblarsi e parlare in greco demotico tra di loro.
Il viaggio lungo dello psicanalista Timothy Leary, “un viaggio verso reami di coscienza” invece fu della lunghezza della sua intera vita: studiò i Trip e l’LSD, sostenendo che le sostanze allucinogene avessero effetti benefici sullo stato di coscienza, “chiavi chimiche” che aprendo la mente, liberando il sistema nervoso dagli schemi e dalle sue strutture ordinarie erano in grado di toccare stati della coscienza ai limiti della trascendenza.
Turn in, tune in, drop out” (“Accenditi, sintonizzati, sganciati”) diventò il mantra di Leary, che laureatosi ad Harvard, diventò icona e guru della Beat Generation affianco ad Alan Ginsberg, John Lennon, Yoko Ono e molti altri; egli promosse le sostanze allucinogene come antidoto alla staticità della massa sociale.
T. Leary
“Accenditi”: sveglia la mente, apri le porte della percezione, “Sintonizzati”: entra in sintonia con l’universo, comprendilo, ascoltalo; “Sganciati”: distaccati da ciò che involontariamente restringe la tua libertà d’azione. In “Flashback”, sua autobiografia dice: «Significa coscienza di sé, è la scoperta della propria singolarità, una promessa di mobilità, scelta e cambiamento. Sfortunatamente le mie spiegazioni dello slogan per il miglioramento di sé fu spesso male interpretato come se significasse ‘Drogati e abbandona le attività costruttive’». Ma il suo estremismo rivoluzionario/sessantottino, per quanto fosse forte la sua battaglia, lo condusse ad un nichilismo non propositivo, giungendo alla conclusione che «Le fedi permettono alla mente di smettere di funzionare. Una mente non funzionante è clinicamente morta. Credi in nulla» («Beliefs allow the mind to stop functioning. A non-functioning mind is clinically dead. Believe in nothing»). 
Le lingue di Dioniso hanno parlato; oggi, primo gennaio, nella poca sobrietà del momento in cui siamo sfido un essere umano ad avvicinarsi ad argomenti filosofici, oggi, primo dell’anno, limitiamoci a quelle impressioni che segnano il passaggio da ieri ad oggi.
Eppure oggi, impressioni deliranti, lasciate spazio anche alle espressioni costruttive!
Oggi passiamo alla seconda fase del nostro viaggio breve, dall’impressione del Trip mentale all’espressione del Trip spazio-temporale.
Infatti il protagonista reale di questo brain storming inizialmente non voleva essere “quel” tipo di Trip, quello irreale di McKenna e di Leary: grigio, buio e piovoso come la giornata di oggi questo alla fine si esaurisce, e ribaltandosi finisce, in una dimensione legata a ieri, all’ultimo dell’anno, all’estremo del dionisiaco, alla follia che da oggi, un po’ tutti noi abbiamo deciso di contenere, seguendo almeno l’idea dei nostri buoni propositi.
Il trip “reale” di oggi è la sua stessa traduzione: è il viaggio, dimensione spazio-temporale, immortale nella storia della formazione dell’uomo moderno, a partire dal “Viaggio in India” di Kipling ai “Diari della motocicletta” del Che, al più attuale e appassionante romanzo di G. Cederna “Il grande viaggio”. E soprattutto immortale nella nostra anima, della quale sa sciogliere i nodi.

Così viaggiamo e intanto ossigeniamo la mente, apriamo gli orizzonti di pensiero sul diverso, e ci semplifichiamo mentre l’anima si carica di esperienza ed impara a conoscersi.
Un trip infinito, curativo e rigenerante, teniamolo a mente. 
In India, un luogo che mi è caro, il viaggio ha un valore anche filosofico: rappresenta l’estensione temporale del rito, l’uscita della realtà in un tempo senza tempo, un tempo in cui, per molti secoli, i viaggiatori indiani erano pronti a pazientare per un’infinità di ore e di giorni. Un’attesa senza ansia di arrivare a destinazione, vissuta non solo come spostamento ma anche come momento di incontro ed insieme di evasione dalla realtà: allungata percezione fisica del momento e spazio libero di scambio.
«La ragione del viaggio? Viaggiare», De André  la diceva così.
Costanza Fino

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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