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I nostri dischi preferiti del 2012

Mash-up redazionale per il classificone di fine anno, due liste al prezzo di una. Ordine alfabetico
Top 5 di Luigi Costanzo
Flying Lotus – Until the Quiet Comes Uno dei lavori più attesi dell’anno si è rivelato, forse anche grazie all’intelligente lavoro della Warp, uno dei dischi di elettronica più acclamati di quest’ultima stagione musicale. Anche Flying Lotus in questa nuova uscita, come tanti prima di lui, si è accomodato su soluzioni molto più minimali degli inizi, lavorando molto di più sulle complessità armoniche. Paradossalmente queste scelte hanno reso il sound del laptop musician americano più comprensibile alle masse, forse anche per l’aura eterea e reflissiva che permea l’intero LP.
Four Tet – Pink Quest’ultima uscita di Four Tet, genio di quella Intelligent Dance Music che tanti successi ha riscosso da Aphex Twin in poi, altro non è che una raccolta di tutti i singoli che Kieran Hebden ha pubblicato dal 2011 in serie limitata, o in streaming. Quest’album, che poi album non è, conferma ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – la capacità dell’artista londinese di miscelare a piacimento le influenze più disparate, riuscendo a creare lavori sempre affascinanti e sofisticati. Nonostante la poca coesione del lavoro, Pink contiene alcuni fra i migliori pezzi dancefloor dell’artista, accompagnati da vere e proprie gemme di minimalismo.
Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend! Il sorprendente ritorno dei canadesi GY!BE era, forse, uno dei lavori più attesi da tutti i fan del cosiddetto ‘post-rock’ che tanto ha influenzato il panorama musicale indipendente negli ultimi quindici anni. Inutile girarci troppo intorno, il post-rock negli ultimi anni ha vissuto una crisi che l’ha visto perire dentro cliché sin troppo abusati, tanto da disamorare anche i fan più sfegatati del genere. Il ritorno della creatura di Menuk, Moya e Pezzente ‘ha destabilizzato il panorama post-rock e i giornalisti del settore’, facendo vedere una band che predilige affidarsi ad ambientazioni drone e chitarristiche piuttosto che ai crescendo orchestrali che li hanno consegnati alla storia.
Japandroids-Celebration Rock Il duo di Vancouver non è cambiato molto dall’acclamato Post Nothing, disco che grazie all’ottima pubblicità di Pitchfork ha lanciato la band nel panorama rock indipendente. Gli unici sensibili cambiamenti sono la produzione, che, pur mantenendo una certa fedeltà e tenendo alta la bandiera del lo-fi, risulta molto più curata, e la scelta di rendere i ritornelli ancor più cantabili, equiparandoli quasi a cori da stadio. L’approccio è diretto, passionale, giovanile. Un disco noise-pop-rock che dice grazie all’emo anni 90.
 
Swans – The Seer Si possono ancora fare dischi difficili e fondamentali dopo trent’anni di carriera? Gli Swans quest’anno hanno dimostratodi sì, dando alle stampe un lavoro mastodontico e maestoso, sia nella durata che nella proposta. Michael Gira e i suoi compagni di band sono riusciti nell’impresa di fare un’opera inquietante e spaventosa, un disco con il quale bisogna confrontarsi per comprendere quanto ‘oltre’ possa arrivare la musica rock, e quali e quanti territori siano stati esplorati dagli Swans durante la loro lunga carriera. Carriera volta alla ricerca del superamento delle barriere fra melodia e rumore, armonia e dissonanza, riuscendo sempre a raggiungere sonorità nuove e inedite.
Top 5 di Lorenzo Peri

 
Burial – Kindred Quella di bypassare completamente gli LP è una politica che in molti applicano con successo. Non ultimo Burial che negli ultimi anni (Untrue è ormai vecchio di più un lustro) non si è mai avventurato oltre la mezz’ora, con risultati per quanto mi riguarda fantastici. Tre tracce, trenta minuti, e la città cambia intorno a noi, puff, siamo nelle fogne di Neo Tokyo 3, a Hong Kong con J.C. Denton, o piangendo in un bar.
Kindred in particolare è probabilmente il più ambizioso e coerente degli ultimi lavori, quello che assomiglia più ad un album in miniatura che non a una raccolta di schizzi (a meno che non si parli della reazione che la sua musica può suscitare nei più impressionabili di noi, e in quel caso schizzi a volontà), e credo proprio che resterà una pietra miliare importante e il punto di riferimento principale per il venturo mal di cuore lungo un’ora.
Dirty Projectors – Swing Lo Magellan I Dirty Projectors sono un gruppo che sembra facile, ma in realtà lo è davvero. Come la frase che ho appena scritto. Sarà che per apprezzarli ci vuole meno di quello che si crede e più di quello che si vuole, sarà che sono storti abbastanza da respingere le persone che ne sarebbero attratte, e dritti abbastanza (quantomeno di recente) da attirare chi non vorrebbe averci nulla a che fare, ma secondo me se nel 2012 ha senso (e non ce l’ha) parlare di musica leggera indipendente, loro dovrebbero essere la foto sulla relativa voce di Wikipedia.
Swing Lo Magellan è probabilmente il disco più accessibile che abbiano mai pubblicato, e dunque una pessima introduzione per chi si avvicinasse solo di recente alla band, eppure dispiace particolarmente che venga/verrà considerato un disco minore di una band meteora perchè è la conferma definitiva che dei Dirty Projectors non si può fare a meno.
Killer Mike – R.A.P. Music Ispirato dalla nera fiamma e prodotto da El-P, l’ultimo disco dell’abbondante Michele fa un mirabile lavoro di sintesi tra diverse anime dell’hip-hop contemporaneo e quello d’essai. Le derive politiche spiazzano, sembrano reperti archeologici, e se non picchiasse così tanto “Reagan” potrebbe quasi passare per un curioso divertissement; i primi pezzi sanno molto più di contemporaneo invece, nonostante la voce tonda di Mike contrasti nettamente con i toni nasali che incontreremo anche altrove in questo post, e che vanno per la maggiore. Dopo il peana che è la conclusiva title track comunque, l’impressione che resta è abbastanza semplicemente quella di un disco che, per citare un utente di RateYourMusic è una “refreshing thing […] a rap album that is, by any reasonable measure, from any conceivable angle, really obviously fucking brilliant.”. A volte c’è poco da dire.
Kendrick Lamar – good kid m.A.A.d. city good kid è la cosa grossa del 2012, uno dei totem della nuova decade, anche più dell’ultimo di Kanye. Un romanzo di formazione ambientato a Compton che ha già prenotato i posti sulle liste tra 7 anni e una vita di paragoni ingenerosi al buon Kendrick. Il termine letterario non è casuale ed è proprio una certa qualità romanzesca che separa questo disco da altre pur grandiose confessioni iper-prodotte degli ultimi anni (Take Care, 808 & Heartbreak): gkMc è un disco rap per chi il rap non lo ascolta e per chi non ascolta altro, un grande affresco e un piccolo ricamo, timido e sfacciato, analogico e digitale, sintetico e organico. Contiene moltitudini e con un po’ di fortuna darà il la ad altri. Non vediamo l’ora.
Jessie Ware – Devotion Ecco, Jessie è una che spero davvero si svenda il più rapidamente possibile perchè è a un ritornello di distanza dal finire nei supermercati e credo che la cosa sarebbe una gran conquista per lei. Si spaccia per una timidona infatti, la nostra Jessie, ma già da questo suo primo disco si intravedono delle unghie da leonessa, e la cosa più bella sarebbe vederla trascendere il pur cristallino suono londinese di Devotion per giungere a sponde ora solo sognate. Noi ci prepariamo sempre al peggio ovviamente, ma anche in quel caso saremmo devoti come la nostra prode ci chiede sin dalle prime note. Così pudicamente, eppure battendo le ciglia.

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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