Home / Cinema / I swear I didn’t mean it

I swear I didn’t mean it

Il libro-intervista di Truffaut a Hitchcock è uno dei testi più sacri della letteratura sul cinema di ogni tempo. Da una parte la statura dei due personaggi coinvolti, dall’altra l’approccio genuinamente colloquiale all’analisi filmica lo rendono un classico accessibile ai più e una lettura gradevole al di là dell’argomento trattato.
Con colpevole ritardo ho provveduto solo recentemente a leggere questa Bibbia del cinefilo, e pur non avendo trovato il libro così illuminante come la sua reputazione vorrebbe, non c’è motivo per sconsigliare di ficcare il naso nelle vicende di un genio come lo zio Alfred, specie visto che proprio la sua personalità e la sua vita vengono subdolamente messe dal suo interlocutore al centro dell’attenzione.
Di primo acchito infatti il ruolo di Truffaut potrebbe sembrare piuttosto marginale; il regista francese sembra limitarsi ad indirizzare il flusso di pensieri del maestro, del quale si presenta innanzitutto come un ammiratore -al limite dell’adulazione- e a tratti il libro prosegue su binari abbastanza prevedibili tra l’aneddotica, gli occhiolini tra i due colleghi e scambi di cortesie vari.
Man mano che la conversazione prosegue però, e man mano che la carrellata sulla carriera dell’intervistato comincia a soffermarsi su alcuni dei suoi film più torbidi e personali, l’interesse di Truffaut comincia a farsi più acuminato. Nell’introduzione al libro, il francese spiega come dopo giorni di conversazione Hitchcock avesse abbassato la guardia e si fosse lasciato andare a qualche confessione in più di quello che ci si sarebbe potuti aspettare, ma è abbastanza evidente come l’iniziativa in questo senso sia presa nella maggior parte dei casi dall’intervistatore. Truffaut dimostra un interesse a 360 gradi nei confronti del suo idolo, e se non si può certo dire che i film di Hitchcock passino in secondo piano in alcun passaggio del libro, è anche vero che a più riprese il cinefilo che ha già sviscerato ogni fotogramma dei film del maestro, sembra più interessato -ora che ne ha l’occasione- a tracciarne un profilo psicologico, mettendo in parallelo la vita e l’opera di un personaggio che nonostante l’iconicità della sua figura e di alcune sue idiosincrasie, non ha mai messo esplicitamente in mostra la sua vita e i suoi pensieri nei suoi film.
Il risultato è un’analisi che probabilmente ha più cartucce da sparare di quante non ne avrebbe avute se si fosse più urbanamente limitata ad esaminare le pellicole, e che quindi può soddisfare anche il lettore non particolarmente interessato alle disquisizioni tecniche.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...