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Sunny Day Real Estate: The Right Words In Time

C’è stato un tempo in cui la parola ‘emo’ non era associata automaticamente a frangette asimmetriche che comprono gli occhi, scarpe a scacchi da finto skater, e conclamato autolesionismo. C’è stato un tempo – e a dire il vero c’è ancora – in cui la parola ‘emo’ era  decisamente più legata al punk, all’hardcore, e alla musica indipendente (altro termine totalmente stuprato dai media mainstream).
I Sunny Day Real Estate, magnifica band di Seattle della cosiddetta seconda ondata, sono un’ottima palestra per comprendere il passaggio da emocore a emo che si avvicina a territori vicini a quelli che in quegli anni ‘90 percorrevano le band di rock indipendente. La band, sostanziale emanazione di Jeremy Enigk, chitarra e voce della band, partiva con delle ottime carte in regola. Il loro disco d’esordio, Diary – uscito nel 1994 – aveva un marchio di qualità indiscutibile in quegli anni ’90: il logo della Sub Pop, che fungeva come una sorta di passpartout immediato per il circuito indipendente (ormai) internazionale.
Diary, bollini a parte, è un disco che riveste un’importanza cruciale, non solo per la sua qualità intrinseca, ma anche per l’impatto che ha avuto sul mondo della musica in genere, in particolare in quella scena americana che avrebbe visto i picchi più alti e i punti più bassi dell’evoluzione di quell’emocore che Rites of Spring e Embrace fecero nascere. Si potrebbe parlare di ‘Diary’ per le sue qualità musicali, per il continuo su e giù fra chitarre taglienti, candidi arpeggi, ritmiche ora soffuse, ora serrate, per le commoventi urla che esplodono esattamente quando un cantato ‘canonico’ non potrebbe aggiungere altro. Ma ‘Diary’ non è uno di quei dischi di cui si può rendere l’idea cercando di traslare la musica in parole. I Sunny Day Real Estate sin dalla copertina danno l’idea di voler parlare delle inadeguatezze, e ai dolori della vita normale, si insediano da qualche parte dentro di te, e li capisci quando sei vulnerabile, insicuro, alienato. ‘Diary’ riesce, forse involontariamente, ad avere una potenza catartica inimmaginabile, una sorta di pathei mathos applicato alla musica leggera.
Subito dopo questo album la band implose a causa di conflitti non ancora ben chiariti, vista il loro disprezzo e la loro distanza dai media. Spesso si parlò a sproposito della conversione di Enigk al cristianesimo come causa dello scioglimento, ma sembra una motivazione piuttosto sciocca per essere convincente. Nonostante tutto questo, la Sub Pop nel 1995 decise comunque di pubblicare il materiale a cui la band stava lavorando, dando alle stampe un disco omonimo, meglio conosciuto come LP2. Il disco, che soffre un po’ dell’inesistenza della band, ricalca musicalmente il precedente ‘Diary’, dando peròl’impressione di essere un disco più intimo e introverso.
Per riavere notizie della band bisognerà aspettare il 1998, quando con una (quasi) reunion danno alle stampe How it Feels to Be Something On, disco che conferma – qualora ce ne fosse stato bisogno – il grandissimo talento di Enigk. I Sunny Day Real Estate, dopo quasi quattro anni di inattività come band, tornano con un album di una maturità sorprendente. Un disco che pur distaccandosi fortemente dal loro fondamentale esordio riesce a toccare esattamente le stesse corde, dimostrando l’innata capacità comunicativa della coppia compositiva Enigk e Hoerner.
The Rising Tide, ultimo episodio della loro discografia, purtroppo non riesce a mantenere il livello del precedente album. Il disco ha molto diviso pubblico e critica fra chi considera anche questo una grande prova e chi, deluso, lo rinnega. Quel che è certo è che anche qui Enigk prova a cambiare le carte in tavola rimanendo fedele a se stesso, dimostrandosi un artista a tutti gli effetti.

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