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You’ve got your own bed now, I suggest that’s the one you sleep in

Con l’annuncio delle candidature siamo ufficialmente entrati nella stagione degli Oscar, che culminerà il 24 febbraio con la serata delle premiazioni. Qualsiasi autoproclamantesi cinefilo non tarderà a prendere le distanze da una kermesse che sicuramente è più un appuntamento mondano che non una celebrazione dell’eccellenza artistica, ma personalmente credo che, come per qualsiasi altra tradizione così radicata, non si possano negare tutta una serie di motivi di interesse nell’annuale parata di stelle.
Sostenere che ogni anno l’Academy premi i migliori film dei dodici mesi precedenti, o anche solo i migliori film americani, è ingenuo: scorrendo la lista dei vincitori chiunque si può rendere conto che solo una certa tipologia di film ha speranze di venire “statuettata”, e anche all’interno della categoria non sempre le scelte si sono rivelate felici. Più che i meriti intrinseci dei film, gli Oscar premiano spesso la sensazione destata negli spettatori, e nei casi migliori i vincitori sono film che sono stati in grado di catturare una sorta di zeitgeist emotivo del pubblico, affermandosi, più o meno meritoriamente, come classici. Nelle prossime settimane voglio quindi andare a riesumare quei film che invece, a torto o a ragione, classici non sono diventati, e che la maggior parte degli spettatori, specie chi non ha memoria diretta degli anni in cui sono usciti, non ha affatto presenti.

Iniziamo questa carrellata tornando indietro di una trentina d’anni, alla cerimonia del 1984 (quella dunque che premiava i film del 1983). Il grande vincitore della serata fu Terms of Endearment, noto in Italia con l’imbarazzante traduzione “Voglia di tenerezza”. L’annata non era stata delle più memorabili: nessuno degli altri candidati salta particolarmente all’occhio, e i due grossi film americani che oggi risulterebbero i più popolari -Scarface e Il ritorno dello Jedi- non rientrano nella tipologia di film generalmente premiati dall’Academy (oltre, mi si permetta, a non essere in generale questi gran film).
Terms of Endearment al contrario è esattamente il tipo di film che gli Oscar amano. Un drammone middle-class con la giusta dose di ironia e un cast che mette insieme un paio di leggende del grande schermo come Shirley MacLaine e Jack Nicholson, entrambi premiati per le loro performances, e una sfilza di più o meno giovani promesse, che a nominarle ora magari non dicono niente ma che ai tempi raccattavano le loro brave nominations di tanto in tanto.
Il film segue la storia del rapporto disfunzionale tra una madre orgogliosa e invadente e l’esuberante ma estremamente paziente figlia; come nella migliore tradizione oscaristica ToE è registicamente nullo, e si regge pressochè interamente sul carisma degli interpreti e una sceneggiatura non brillante, ma metodica e “onesta”, nel senso che non si vergogna della sua mediocrità, il che è quasi sempre il presupposto fondamentale per la riuscita di un film di questo tipo.
Non so se il richiamo ha senso al di fuori della mia testa, ma Terms of Endearment è il classico film che i giornali allegavano in cassetta verso la fine degli anni ’90 e che si vedeva nelle sere d’estate al mare su televisori minuscoli. L’aria di familiarità che permea il film è, allo stesso tempo, lo scotto da pagare al tradizionale conservatorismo dell’Academy e un piacevole reperto di tempi in cui non si facevano le capriole per far passare la banalità per qualcos’altro. Laddove “banale” dovrebbe essere un altro termine con una qualche accezione almeno collateralmente positiva che ora non mi viene in mente.

Gli Oscar dovrebbero essere uno spot per la magia di Hollywood: a volte lo spot riesce, altre meno, ma la magia resta per me irresistibile anche dopo la milionesima candidatura ridicola. E dire che non ho mai visto una cerimonia per intero in vita mia, vai a capire. Alla prossima settimana.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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