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Il problema delle proprietà

Nella storia della metafisica, fin dalle sue origini, la questione delle proprietà ha sempre avuto un ruolo centrale nella discussione sui fondamenti del reale. Specie nel pensiero medievale, il dibattito vedeva contrapporsi realisti e nominalisti. I primi  affermavano l’esistenza reale, appunto, al di fuori dello spazio e del tempo, delle proprietà universali. I secondi ritenevano invece che le proprietà fossero delle mere caratteristiche degli enti particolari.

Il punto è: che cosa si intende quando in una qualsiasi lingua vengono pronunciate frasi come «la rosa è rossa e profumata» oppure «la sedia è blu»? Che cosa indico con «profumato», «rosso» o «blu»?
Riportiamo due possibili soluzioni al problema. In favore dell’esistenza degli universali abbiamo Bertrand Russell; dall’altro lato del ring David Cary Williams con la sua teoria dei tropi.

Bertrand Russell. Il mondo degli universali
La questione degli universali viene affrontata da Russell nel capitolo IX di The Problems of Philosophy [^1]. Il filosofo inglese si schiera contro chi neghi la validità del concetto di proprietà universale
Quando ci interroghiamo su quale sia la natura comune di due oggetti, noi presupponiamo l’esistenza di un universale. La possibilità di confrontare il rosso stinto dei miei calzini e il rosso acceso di un pomodoro si fonda sulla comune partecipazione dei due oggetti ad una medesima natura (Il Rosso, appunto).
Per universale, poi, si intendono non solamente le qualità, ma anche le preposizioni e i verbi che indicano relazioni. Quest’ultimo genere di proprietà, viene di solito ignorato dai detrattori dell’esistenza degli universali.
Prendiamo in considerazione la proprietà universale «essere a nord di Y». Ecco, secondo Russell questa proprietà esiste, altrimenti non si capisce come si potrebbe asserire che Edimburgo sia a nord di Londra. A tal proposito Russell scrive: «Non vi è luogo né tempo in cui possiamo trovare la relazione “a nord di”. […] Non è né nello spazio né nel tempo; non è né materiale né mentale; eppure è qualcosa» [^1].

David Cary Williams. Le proprietà particolari
Come sottolinea fin da subito Williams nel suo famoso articolo L’Alfabeto dell’Essere: «È il problema di come una cosa possa esemplificare molte proprietà mentre una proprietà può inerire in molte esemplificazioni, il problema di come ogni cosa sia un caso di un certo tipo» [^2].
Egli definisce concreta la parte grezza, palpabile, di un oggetto. Per astratto intende invece il colore, la forma.
Il concetto di astratto per Williams indica dunque un qualcosa di parziale, frammentario; qualcosa di meno completo rispetto all’oggetto che possiede tal proprietà: il rosso è un tratto del mio calzino sinistro, ma di certo un tratto parziale rispetto all’interezza del calzino stesso. L’astratto, dunque, non esiste platonicamente in una sorta di iperuranio. Ecco, l’universale, secondo Williams è in realtà un particolare!
Che dire del problema della “natura comune” di cui parlava Russell? Secondo Williams, non è necessario postulare l’esistenza concreta degli universali per svolgere una riflessione sulle caratteristiche comuni tra più oggetti. Posso tranquillamente rendermi conto del fatto che il mio, ormai celebre, calzino sinistro ed un pomodoro nel mio frigorifero siano entrambi rossi senza dover postulare l’esistenza del Rosso! Mi è sufficiente mettere in relazione le due proprietà particolari e rilevare che tra le due ci sia somiglianza, e che essi siano localizzati in luoghi differenti. Una proprietà di questo genere viene detta tropo e la questione si chiude qui, senza doversi inventare mondi fuori dallo spazio-tempo.
Tutti gli oggetti del mondo sono quindi, secondo Williams, definibili con questo genere di operazioni, senza dover ricorrere al concetto di universale.
Contro chi, poi, ritiene che il Rosso, ad esempio, sia la classe che raccoglie tutti gli oggetti rossi esistenti in natura, Williams argomenta: «Infatti tutti i paradossi che sorgono allorché si segue la moda di provare a uguagliare l’universale Umanità, per esempio, con la classe degli uomini concreti (col risultato assurdo che essere bipede senza piume vene a essere la stessa cosa che avere il senso dell’umorismo) scompaiono non appena lo uguagliamo invece con il nostro nuovo insieme, la classe delle umanità astratte: la classe in cui i membri non sono Socrate, Napoleone, e così via, bensì il tropo di umanità che è in Socrate, quello che è in Napoleone, e così via» [^3].
Un ultimo punto: Williams asserisce che uno dei punti in comune tra i principali autori della filosofia moderna (G. Berkley, J. Locke, etc.), è l’avere cercato delle nature semplici con cui spiegare il reale.
Non vi è dubbio che le cose esistano in tutta la loro concretezza, ma non sono queste cose stesse a presentarsi alla nostra conoscenza. Noi siamo in grado di esperire la luna o un lecca-lecca, non perché essi abbiano – necessariamente – una sostanzialità, ma perché essi sono caratterizzati dal possesso di proprietà.

Alessio Persichetti

[^1]: Russell B., I Problemi della Filosofia, Feltrinelli, Milano 2010
[^2]: Williams, D.C., «L’Alfabeto dell’Essere», in A.Varzi, ed., Metafisica. Classici Contemporanei, Laterza, Bari 2008, 340-356.
[^3]: Idem.



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