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Polinice intervista Giancarlo De Cataldo, scrittore e magistrato

Giancarlo De Cataldo è ormai universalmente riconosciuto come un pilastro della letteratura italiana contemporanea. Uomo di legge e scrittore. Giudice di Corte d’Assise a Roma e autore di numerosi romanzi in cui gli eventi realmente accaduti degli anni più enigmatici e turbolenti dalla nascita della Repubblica Italiana, si intrecciano con l’estro creativo di uno scrittore che, da Magistrato, non ha semplicemente osservato le vicende avvenute in Italia dagli anni ’70 alla fine degli anni ’90, ma le ha vissute in prima persona nelle sue numerose inchieste giudiziarie.

Giancarlo De Cataldo è il vero autore del romanzo storico italiano, con qualcosa in più. Con il celebre “Romanzo Criminale”, oggetto dell’omonimo film di Michele Placido e delle due successive serie televisive di Stefano Sollima, De Cataldo, attraverso un fine dipinto storico e narrativo, ha raggiunto l’apice del suo fulgido percorso letterario. È stata Maria Pia Briguori, sostituto commissario della D.I.A. di Napoli, a consigliarmi di intraprendere l’avvincente lettura di “Romanzo Criminale”, in quanto aiuta, in maniera impareggiabile, a comprendere questo recentissimo periodo storico italiano così infuocato e colmo di controversi avvenimenti, molti dei quali ancora irrisolti e avvolti dalla nebbia dell’incertezza.

 

D: Dott De Cataldo, Lei prima di essere un magnifico scrittore, è un Giudice di Corte d’Assise di Roma che ha dedicato la Sua vita alla giustizia, vivendo con e per essa. Cosa significa per Lei la parola “giustizia”? Qual è la prima immagine, il primo pensiero che Le viene in mente ascoltando questa parola?

R: Giustizia è un’aspirazione, un ideale per il quale grandi uomini e donne, nel corso dei secoli, si sono sacrificati. Noi, che abbiamo il privilegio di essere cresciuti in una felice bolla di pace e di democrazia, abbiamo il dovere di non dimenticarlo mai: vent’anni fa, a trecento chilometri dalle nostre coste adriatiche, si svolgeva, nell’indifferenza generale, il massacro di Sarajevo. La giustizia è un cammino in progresso che rischia sempre di conoscere battute d’arresto: è patrimonio di tutti, non solo affare di giudici e avvocati, e tutti abbiamo il dovere di batterci perché la Storia non arretri.

D: Esiste un processo nella Sua carriera di Magistrato, di cui Lei conserva un ricordo particolare, oppure un incontro per Lei particolarmente significativo?

R: Non parlerei di un processo in particolare. Direi che sicuramente mi hanno molto influenzato i primi anni di professione, quando facevo il giudice di sorveglianza e trascorrevo molto del mio tempo nelle patrie galere. La frequentazione dell’umanità detenuta mi ha lasciato grande impressione, e mi ha insegnato ad attribuire alla pena (che troppo spesso noi giudici elargiamo) il suo giusto, e terribile, valore.

D: “Romanzo Criminale” è un’opera ambientata tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Si evidenziano temi rilevanti quali i rapporti tra Stato e criminalità, l’azione mediatrice dei servizi segreti, la lotta delle bande per il controllo di Roma. Cosa Le è rimasto impresso di quegli anni? Quale atmosfera si respirava negli ambienti giudiziari?

R: Non so risponderle, perché avevo vent’anni (è questo, in fondo, che mi fa essere velatamente nostalgico verso quel tempo!) e frequentavo la strada e l’università. Era un tempo di grandi contrapposizioni ideali e di una violenza insensata. C’erano quartieri “rossi” e “neri” e spesso si moriva per niente. Le bande vivevano in un altro mondo rispetto a noi ragazzi borghesi. Ne avremmo saputo soltanto dopo, a giochi fatti. Per noi, allora, c’erano la politica, lo studio, la musica. Eravamo ragazzi con più illusioni e meno pragmatismo, più utopia e meno depressione.

D: Qual è il Suo pensiero in merito “all’emergenza carceri” di cui si parla in questi giorni? Quali soluzioni proporrebbe per migliorare lo stato delle cose?

R: Le carceri così come sono rappresentano una vergogna insostenibile per un Paese civile. Serve immediatamente un’amnistia, anche se impopolare. Servono depenalizzazioni ulteriori. Serve una cosa quasi impossibile: ricostruire una cultura della rieducazione dopo vent’anni di bombardamento del pensiero repressivo e sbrigativo della Destra.

D: Qual è in generale il Suo pensiero sulla nostra situazione politico-sociale in questo momento? Come vede il futuro di questo paese?

R: Non sono un politico e non ho ricette. Ma qualche speranza, quella sì è lecito, e anzi doveroso, coltivarla.

D: Il Suo romanzo “Nelle mani giuste”, è ambientato negli anni ’90, dal periodo delle stragi del ’93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Qual è un pensiero che vorrebbe rivolgerci per descrivere e commentare quegli anni così “infuocati” e delicati della storia italiana?

R: Non vorrei finisse come col Risorgimento: in un mare di retorica nel quale si perdono tutti i riferimenti, e la verità viene abilmente scolorita. La stagione delle stragi fu teatro di una colossale operazione di riposizionamento politico, strategico, criminale. E’ l’ultimo sussulto della Guerra Fredda, la ricontrattazione di un patto malefico che accompagna i rapporti fra certi settori del potere politico e della malavita organizzata sin dall’Unità d’Italia. C’è là dentro un grumo nero che fa ancora paura.

D: Se in un immaginario incontro Lei potesse incontrare in Suoi colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oggi a distanza di anni dalla loro morte, cosa Le piacerebbe dirgli o chiedergli?

R: Chiederei loro scusa.

D: Esiste un personaggio storico che, sempre in un immaginario incontro, tornando indietro nel tempo, Le piacerebbe incontrare?

R: Giuseppe Mazzini. Che sognava un’Italia profondamente diversa ed è il padre nobile di tutti quelli che, nell’inseguire questo sogno, ci hanno, nel corso del tempo, lasciato le penne.

D: Esiste un esempio della Sua vita, qualcuno che Lei porta nel cuore, un personaggio cui Lei si ispira e che per Lei è, o è stato, un punto di riferimento?

R: Mah. Ce ne sono tanti. Mistici, poeti, scrittori, registi… si deve cercare di prendere quanto di meglio l’esempio dei grandi ci ha tramandato. Ed essere un po’ indulgenti anche con vizi e difetti: sono i nostri, dopotutto, siamo tutti fatti della stessa pasta malleabile e soggetta a deformazioni.

D: Vuole rivolgere un pensiero per dare speranza ai giovani di oggi che si affacciano al mondo del lavoro e della vita? Cosa vorrebbe dirgli?

R: Per i ragazzi non ricordo un periodo così duro. Forse solo in guerra i giovani stavano peggio di adesso. Direi che, dopo la sbornia di ottuso pragmatismo di questi anni, un sano ritorno a una certa utopia non sarebbe male. Ma dovete essere disposti a rischiare, e ad affrontare prove dure. In definitiva, dovreste rafforzarvi sul piano culturale, apprendere, apprendere, apprendere. Non essere solo consumatori passivi, ma studiosi comprensivi.

D: Cosa vorrebbe suggerire a un giovane che si avvicina al mondo della giustizia con il sogno, magari, di diventare magistrato? Quale consiglio vorrebbe rivolgergli per svolgere questa professione?

R: E’ un bel lavoro, a farlo bene. Ciò che più occorre è l’equilibrio interiore. La tecnica si impara presto, sul “cuore” ci si deve sforzare molto per mantenere la barra dritta. E, soprattutto, leggete la Costituzione e fatene la vostra costante fonte d’ispirazione.

Giovanni Alfonso Chiariello – AltriPoli

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