Home / Cinema / Why don’t you come with me and dance the snakepit dance

Why don’t you come with me and dance the snakepit dance

Andare a vedere Django Unchained è stato per me un evento più stressante e complicato di quanto sia di solito la visione della maggior parte dei film. Da una parte le mie aspettative erano estremamente basse, dall’altra ero fermamente determinato a non concedere nemmeno un’unghia a questa cattiva predisposizione e a sedermi in sala con occhi, orecchie e mente ben aperti.
Ho dunque visto il film in uno stato che definirei di estrema concentrazione, quasi tensione, che mi ha probabilmente impedito di godermi un certo lato di esso, ma che a conti fatti mi ha evitato di sprofondare nello scoramento -probabilmente eccessivo- che la sola menzione del nome di Tarantino recentemente mi ispira.
Ingrassato, dentro e fuori di metafora, come un fantasista brasiliano in Europa da più di 4-5 anni, Tarantino rappresenta per quanto mi riguarda una delle più grosse promesse non mantenute del cinema contemporaneo. Dopo degli ottimi e incompresi esordi (non nel senso che non sono stati apprezzati, ma che sono state apprezzate le parti sbagliate per i motivi sbagliati), Quentin ha pensato che naufragare in un mare di autoreferenzialismo e chiudersi nella nicchia da lui stesso creata del postmodernismo di genere, fosse una buona idea. Dopo averci deliziato con quello che immagino resterà il suo miglior film, siamo infatti stati sommersi da barocchismi, farse, iperboli, in una spirale di cui non si vede il fondo, al punto da far pensare che probabilmente Jackie Brown sia stata una fortuita casualità nella carriera di un eterno ragazzino da cui non ci si può assolutamente attendere che cresca, che sennò si incazza pure.

La qualità dei suoi lavori in questi anni è stata comunque più che dignitosa, ma quando alla fine di un film mi viene da pensare per due minuti a quello che è stato e per mezz’ora a quello che sarebbe potuto essere, non può essere un buon segno.

Questa sensazione di potenziale inesplorato è stata particolarmente forte dopo Django, un film dall’immaginario più vivido e personale di quello di altri episodi nella carriera di Tarantino, e per questo danneggiato più di altri dalla vena caciarona del suo creatore. Lo splash afroamericano in un genere storicamente bianchissimo, i richiami alla contemporaneità nella colonna sonora -il vocione di Rick Ross che commenta l’ingresso di Django nel ranch di Di Caprio è uno dei tocchi più esaltanti del film- e in generale una rielaborazione piuttosto peculiare di un immaginario così cristallizzato come quello western erano punti di partenza decisamente interessanti, e credo che il lavoro fatto da Tarantino con l’ambientazione di Django Unchained sia più riuscito di quello che ha fatto in passato in altre “rimescolate” di roba varia ed eventuale come Kill Bill o Unglorious Basterds. Jamie Foxx è un conduttore particolarmente fortunato dell’atmosfera del film, con un’interpretazione che magari non salterà all’occhio come quelle di alcuni suoi colleghi, ma che rappresenta il nucleo più interno del film, in costante lotta contro le derive più demenziali e facete della pellicola.

Quando parlavo dell’aspetto del film che il mio atteggiamento mi ha impedito di apprezzare mi riferivo proprio alla debordante vena comica presente soprattutto nella prima metà del film. Ora, di film puramente drammatici Tarantino non ne ha mai fatti, e dubito che mai ne farà. Nei suoi momenti migliori però è stato in grado di mescolare equilibratamente umorismo e catarsi, o quantomeno di evitare che i due aspetti facessero a pugni così evidentemente come succede in Django. Il comic relief fornito dal personaggio di Christoph Waltz è più che benvenuto e da solo sarebbe più che sufficiente a punteggiare il film e sveltirlo. Già il personaggio di Di Caprio, peraltro non esattamente a suo agio nei panni dello stravagante cattivo Calvin Candie, risulta spesso eccessivo e immotivatamente sopra le righe. In una situazione del genere alcuni siparietti aggiuntivi come quello dei klansmen che preparano l’assalto, o dei negrieri australiani, finiscono con l’allungare il brodo di un film che avrebbe beneficiato di un uso più generoso delle forbici in sede di montaggio, e soprattutto con lo svilire i momenti di maggiore tensione drammatica e/o cinetica del film.
Non mi metto troppo a questionare sulla qualità dell’umorismo, visto che appunto, probabilmente non avrei apprezzato in ogni caso, ma quando un film provoca durante il primo tempo risate incontrollate alla maggior parte del pubblico, salvo poi lasciarlo con la sensazione di una brusca frenata nel finale, mi sembra abbastanza evidente che la miscela dei toni, e il ritmo emotivo che ne deriva siano stati mal calibrati.
Questa disomogeneità ha come conseguenza principale la mancata valorizzazione di alcune scene formidabili, che confermano come il talento di Tarantino non accenni a scemare nonostante il suo rifiuto di farne saggio uso. La sparatoria finale è probabilmente il migliore esempio di “heroic bloodshed” che mi sia mai capitato di vedere in un film non proveniente da Hong Kong, e i dialoghi, nonostante la penna di QT sia meno affilata del solito, sono tra i meglio girati a recente memoria, con la lunga scena della cena in cui le trattative degenerano a rappresentare l’esempio più fulgido di questo tratto che avrebbe potuto e dovuto essere la colonna portante del film.

Quello che abbiamo invece è un film mastodontico, senza un centro, senza un equilibrio e senza il ritmo incalzante e la spigliatezza di altri episodi nella filmografia del regista.
In un certo senso credo di essere contento del fatto che invece di essere un film inutile ma ben eseguito, Django Unchained sia in qualche modo un passo più lungo della gamba, un caso di esecuzione che non riesce a realizzare le potenzialità (mi lascia più speranze per il futuro se non altro), ma resta il fatto che a 50 anni e dopo quasi una decina di film, mi aspetterei che si superasse lo stadio di programmatica ADD che ha quasi sempre caratterizzato i film di Tarantino. Non pretendo una deriva bergmaniana, sia chiaro, ma un bel gioco dura poco e sarebbe il caso che un veterano come QT cominciasse a sfidare sé stesso e ad uscire dalla sua comfort zone, tentando qualcosa che magari potrebbe non soddisfare le urlanti frotte di fanboys, ma che lascerebbe un segno più significativo sul lungo periodo.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...