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«Rappresentazionisti»?

Oggi vorrei trattare una questione un pochino (ma solo un pochino!) più specialistica di quelle che sono solito proporvi in questa rubrica.
Il problema riguarda la possibilità di assimilare la teoria della conoscenza di Aristotele a quella dell’empirismo inglese classico (nella versione di Locke, nella fattispecie).

Il dinamismo cognitivo, secondo il filosofo greco, procede sempre a partire dall’esperienza. Gli oggetti che ci circondano hanno infatti delle proprietà sensibili. Tali proprietà sensibili possono essere carpite dai nostri cinque sensi esterni (udito, vista, gusto, tatto, odorato) e strutturate in un’immagine, una rappresentazione dell’oggetto. Ora, supponiamo che l’oggetto in questione sia Pluto, il mio cane. É evidente che Pluto non sia solo il mio cane, nello specifico, ma sia anche un cane, in senso lato. Bene, chiaramente Pluto ha delle proprietà che sono tipiche di tutti i cani: ha quattro zampe, scodinzola, abbaia, ha un determinato genoma e via di questo passo. Queste proprietà non sono evidentemente sensibili, ma intelligibili. Ecco, secondo Aristotele, l’essere umano ha la facoltà di isolare queste proprietà di Pluto-in-quanto-cane e di strutturarle tutte insieme in un concetto di cane. Il concetto di cane sarà così applicabile a Pluto, a Pippo e a ciascuno dei 101 dalmata. Il processo mediante il quale l’intelletto è in grado di strutturare un concetto universale a partire dalla rappresentazione particolare viene detto astrazione. Il principio che si occupa di realizzare l’astrazione viene detto intelletto agente (νους ποιητικος). Il principio che, da ultimo, conosce il concetto è detto intelletto possibile.


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Passiamo a Locke: questi concorda in pieno con Aristotele quando afferma che la sorgente della nostra conoscenza sia l’esperienza. Il resto del processo cognitivo è però descritto in maniera differente. In presenza di un oggetto sensibile, i nostri sensi ci presentano una rappresentazione delle proprietà dell’oggetto. Queste idee, dette semplici, possono essere tra di loro simili, oppure presentarsi congiunte tra di loro in particolari condizioni. Il nostro intelletto si occupa, pertanto, di comporle e strutturarle insieme, tenendo conto di questi parametri. L’idea così formata sarà detta complessa. Torniamo all’esempio di Pluto. Davanti a Pluto, mi rappresento una serie di idee semplici: il colore del suo pelo e la puzza – ehm, scusate – l’odore che lo caratterizza. Il mio intelletto, mica scemo, si rende conto del fatto che questo odore, il colore del manto e una serie di altre proprietà si presentino sempre congiunte. Così le mette insieme e… magia! Ottengo l’idea complessa di Pluto.

Ci sono analogie tra il meccanismo cognitivo aristotelico e quello lockeano. Sì. Entrambi danno risalto al confronto della nostra soggettività con l’insieme degli oggetti sensibili che ci circondano, con l’esperienza. Avete presente la Scuola di Atene di Raffaello (sì, lo so, ve la propinano in ogni salsa in ogni manuale di storia della filosofia, dal liceo fino al  – per i più “fortunati” – dottorato)? Bene: Aristotele, al contrario del suo maestro Platone, tiene la mano aperta col palmo rivolto verso il basso, verso il mondo della concretezza. Locke sarebbe stato d’accordo. Non solo, entrambi concepiscono l’importanza della rappresentazione (sensibile in Aristotele, ideale in Locke).

Ci sono però, parallelamente, delle differenze molto forti: il rapporto con l’esperienza è ispirato, caratterizzato, secondo gli empiristi classici, da una forte passività della mente rispetto agli oggetti conosciuti. L’intelletto, in tal senso, si limita a mettere insieme le tessere del puzzle che compongono Pluto, non fa molto di più. In Aristotele, invece, questa passività riguarda solo i sensi. L’intelletto responsabile dell’astrazione non è attivo, anzi! È agente, produttivo! Funziona un po’ come la luce: illumina i tratti formali presenti nelle rappresentazioni e lo fa, proprio come la luce, attivamente [1]. Un empirista come Locke o Berkeley non avrebbe mai accettato una simile attività. Non solo. L’attività dell’intelletto, come sappiamo, è per Aristotele finalizzata alla “produzione” del concetto universale. Locke, invece ha una certa allergia alla parola «universale». Tende a preferire il termine «nozione generale» e, soprattutto, a negare che quest’ultimo sia realizzato mediante il processo astrattivo.

In conclusione, perché vi ho attaccato questo pistolotto? Perché alcuni autori che vanno di moda in Italia tendono a fare un pochino di confusione tra i due e a metterli nel comune scatolone dei filosofi rappresentazionisti. In questo scatolone ci sono un sacco di scemotti: da Platone a Suarez, da Tommaso a Hume, da Cartesio a Kant, tutti in compagnia dei già citati Aristotele, Locke e Berkeley e tutti ammalati da un temibile morbo: il problema del ponte. L’unica anima pura che si salva è,… tah dah! Il buon vecchio Edmund Husserl, il solo, vero, grande epistemologo della storia della filosofia (ma solo nella prima parte della sua vita accademica, perché poi diventa cattivo) [2].


Ecco, non sono molto d’accordo. Magari nelle prossime settimane tornerò a disturbarvi con due righe sul pericolosissimo problema del ponte.


Giulio Valerio Sansone


[1] Vedi De Anima, III, 5.
[2] Avevo detto qualcosina su Husserl qualche tempo fa [click here!].

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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