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Mario Ceroli. Quando il legno comincia a respirare e la materia si trasforma in eleganza

“E’ bellissima”. Questo è il primo pensiero che viene in mente quando si ammira una scultura di Mario Ceroli, prima ancora di capirne il senso, prima ancora di analizzarne gli aspetti metafisici, artistici, concettuali che caratterizzano le opere di questo straordinario artista. Ciò che colpisce è la bellezza estetica.
Mario Ceroli, di origine abruzzese, approda a Roma a soli otto anni. Il suo incontro con l’arte avviene per caso, quando la madre recandosi a scuola per iscriverlo ai corsi di studio , iscrive il giovane Mario nella sezione dedicata alla formazione artistica. Il mondo dell’Arte non abbandonerà più la vita di questo giovane talento. Frequenta l’istituto d’arte e lavora con i maestri Leoncillo, Fazzini e Colla. Nel 1957 vince giovanissimo il prestigioso premio alla Galleria Nazionale di Arte Moderna con la sua realizzazione costituita da tronchi e chiodi.
Ceroli risente come pochi prima di lui, dell’avvenieristico avvento della Pop Art, ma questa viene rielaborata dall’artista in chiave nuova. Infatti, il concetto di replicazione continua di un’ immagine sempre uguale, tipica della Pop Art, si fonde con la tradizione umanistica dell’arte italiana, come è evidente nella preparazione di una rielaborazione dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci (Disequilibrium,1967), oppure traendo ispirazione dalla celebre e suggestiva riproduzione della “Battaglia di S. Romano” di Paolo Uccello (1978).
Nella celebre opera “La Cina”, 1966, l’artista riproduce le sagome di tantissimi esseri umani ripetuti, come nello stile concettuale della Pop Art, in modo compulsivo e ripetitivo. Tuttavia le immagini di Ceroli non sono volutamente statiche e apatiche come i barattoli di Campbell’s Soup di Andy Warol, al contrario, esse appaiono in movimento, dinamiche, come in marcia verso un indefinito orizzonte.
Ceroli impara molto presto ad utilizzare, ma soprattutto ad amare profondamente il legno, materiale solido, resistente nel tempo, che come nessun altro rappresenta la natura e il profondo legame con la terra, nella sua essenza primordiale. Il legno è un materiale facilmente reperibile che cede il suo corpo all’immagine. Il legno, che da sempre è uno strumento che si offre all’uomo per le sue necessità quotidiane, diventa uno strumento per trasmettere emozione attraverso delle opere artistiche scolpite per l’umanità. La caratteristica che contraddistingue l’opera artistica di Ceroli, è la rappresentazione di figure attraverso l’utilizzo di sagome. La sagoma, come scrive Laura Cherubini, permette all’uomo di svuotare l’immagine e di cogliere l’essenziale, annullare i dettagli che distraggono dalla vera essenza delle cose per concentrarsi sul reale, profondo significato di un’immagine. Come scrive Maurizio Fagiolo Dell’Arco “ Le Sagome riportano l’uomo alla sua purezza”. La scultura per Ceroli, non è sottrarre parti di materia da un unico complesso per ricavarne una figura, come era stata caratterizzata l’idea di scultura fino a quel momento. Per Ceroli la scultura è semmai aggiungere. Un’immagine viene scomposta in tante sfaccettature, ognuna rappresentante una sagoma di essa o di una sezione di essa, per conferire all’opera un aspetto vorticoide e dinamico. Le sagome si replicano, invadono lo spazio.
Scrive Maurizio Calvesi: “Spesso l’immagine, ritagliata nel legno, ha per sfondo la sagoma vuota, il negativo del ritaglio; o, al contrario, è il pieno che fa da sfondo al vuoto. Il senso del giuoco vuol essere quello pop, semmai, della figurina ritagliata. Il disegno, pur giuocando con gli spessori dei piani avanzati o arretrati, rimane intenzionalmente piatto, proiettivo, semplificativo, con saggi di scorci e abbreviature pur sempre frontali, sintetizzati nel puro contorno” (“Dritto e rovescio”, in Catalogo, n. 2, cit.).
L’influenza dell’arte metafisica è evidente. Nelle opere “Mobili nella valle” (1965) e “Piazza d’Italia” (1964), Mario Ceroli riprende i tratti caratteristici dell’inventiva artistica di Giorgio De Chirico, ombre, sagome, figure calme e allungate che inquietano lo spettatore incutendogli un senso di ansia e di attesa per l’avvento, da un momento all’altro, di un non definito pericolo.
Le opere di Mario Ceroli, nel corso del suo percorso artistico, divengono sempre più monumentali, i suoi lavori, come afferma l’artista stesso, fanno fatica ad essere contenute dentro nelle gallerie. Ceroli non ama i quadri appesi alle pareti, le sue opere devono respirare, devono essere pubbliche, accessibili a tutti, proprio come il legno, il materiale che rappresenta materia e anima delle sue realizzazioni.
Lo spazio diventa fondamentale per l’artista.Questo desiderio porterà a Mario Ceroli a realizzare bellissime opere come la Cassa Sistina (1966), fino a vere e proprie opere di urbanistica come la Chiesa di Tor Bella Monaca a Roma (1987) e il Teatro a Porto Rotondo (1989).
Mario Ceroli è un artista in grado di catturare l’attenzione dell’osservatore, rendere inquieti i suoi pensieri, ammaliare con la raffinata estetica delle sue opere.
Le sue immagini sono frammentate in mille sfaccettature senza perdere la loro personale unicità, proprio come l’animo umano, complicato negli svariati aspetti del carattere, mutevole nelle sensazioni. Molteplici realtà affettive che però riassumono l’unica identità che contraddistingue ogni singolo individuo.


Giovanni Alfonso Chiariello

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