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La forza di Ankara: tra economia, geopolitica e rapporti con Israele

Nel febbraio del 2012 il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana decise di non firmare la candidatura del Comitato Olimpico Nazionale Italiano per Roma2020 presso il CIO. La scelta scatenò inevitabili polemiche e, scomparendo la Città Eterna, la candidatura più forte all’aggiudicazione dell’organizzazione dei Giochi Olimpici Estivi del 2020 sembra essere Istanbul. Questo non deve esser preso come un dato sportivo, l’aggiudicazione di un’Olimpiade non lo è mai. Un primo elemento alla base di queste decisioni è l’economia, il secondo l’importanza geopolitica di un paese. In ambedue i casi la Turchia è forse la stella del Mar Mediterraneo nel post Guerra Fredda. Per cinquant’anni paese strategico per l’occidente e la sua politica di contenimento sovietico, la Turchia è membro effettivo e di condivisione nucleare della NATO. Pedina cruciale dell’occidente nei rapporti con e verso il Medio Oriente, ha visto accrescere il suo ruolo di “paese chiave” nella gestione di conflitti e rivolte nel Mar Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Nel secondo decennio del terzo millennio le “Primavere Arabe” hanno accresciuto il potere e l’influenza di Ankara.

MOTORE ECONOMICO – A Roma, nei Rioni, vi è un detto che recita così “Per far la guerra ci vogliono i soldi”. Nella geopolitica e politica internazionale nulla è più vero di questo. Infatti, a trainare la Repubblica di Turchia agli attuali standard d’influenza vi è il motore economico. Appartenente al G20 (i venti paesi più sviluppati del globo), il paese ha visto nell’ultimo decennio una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 3% annuo con un calo nel 2012, dovuto alla forte crisi mondiale. Il paese è passato da un economia agricola a potenza industriale. Ciò è dovuto alle politiche iniziate dall’allora Ministro dell’Economia Kemal Dervis, che dopo la crisi del 2001, impostò riforme economiche che hanno visto nel quadriennio successivo aumentare il reddito nazionale del 7,4%. Oltre alle politiche interne bisogna ricordare il ruolo strategico negli investimenti e la partnership politica con gli Stati Uniti d’America e la Germania. Inoltre, la Turchia si avvale di un’unione doganale con l’UE, firmata nel 1995, che ha aumentato la sua produzione industriale e attirato numerosi investimenti europei, che rappresentano il 56% dell’esportazioni. A tenere a freno le esaltanti statistiche di crescita economica vi è la disoccupazione che, cresciuta nel 2008 fino al 10,8%, costrinse Ankara a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale.

INFLUENZA GEOPOLITICA – L’influenza geopolitica di Ankara è indiscutibile. Le radici di tale importanza risiedono nell’alleanza con gli Stati Uniti d’America, nel controllo fondamentale esercitato sul Bosforo e nell’influenza esercitata sul Vicino Oriente e sul Caucaso. Quest’ultima regione è al centro dell’attenzione internazionale dopo la “Guerra in Ossezia del Sud” scatenata dalla Georgia nel 2008 e al centro, come descritto in un articolo precedente, dei nuovi collegamenti di gas e petrolio dalla Russia all’Europa unita. A tre anni di distanza da quelle che in molti consideravano “Primavere Arabe”, fallite in ogni dove, la Turchia gioca ancora prepotentemente il ruolo di potenza ed alleato affidabile (oltre che portatrice di un islam moderato) per l’occidente. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il rapporto con la Siria in guerra civile dal 2011 e la questione Curda, mai definitivamente affrontata ,sono punti ancora troppo foschi per esser decifrati come punto a favore o meno di Ankara.

RAPPORTI CON ISRAELE – E’ il 31 maggio 2010 quando le Forze navali Israeliane intercettano nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo la Freedom Flotilla pro Palestina, la quale trasportava merci ed aiuti umanitari, cercando di violare il Blocco di Gaza. Dall’assalto militare in risposta alla possibile violazione del Blocco di Gaza scaturì la morte di nove attivisti, il ferimento di altri sessanta e di dieci militari israeliani. Questo avvenimento racchiuso in poche righe può e deve essere considerato il “punto di non ritorno” delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. Se non si conosce la storia non ci si può realmente render conto di ciò che ha significato l’assalto del 31 Maggio 2010. Difatti, la Turchia è stato il primo paese islamico a riconoscere nel 1949 lo Stato d’Israele e l’unico a rimanergli alleato dopo la Rivoluzione islamica d’Iran (la più grande rivoluzione del XX secolo per lo storico De Felice) e la Guerra in Libano del 1982. Ad oggi la scelta di Erdogan è dovuta più a considerazioni di realpolitik che al nuovo fervore islamizzante nella classe dirigente turca. Da parte sua Israele negli ultimi tempi sta cercando di riallacciare i rapporti base con Ankara per non perdere l’ultimo ed importante tassello della “strategia periferica” israeliana, ideata da David Ben Gurion.

In conclusione, finita la breve analisi sui tre punti base della forza di Ankara sul Mediterraneo e nello scacchiere mondiale, resta da chiedersi quanto la cultura avrà ancora la forza di bloccare l’entrata nell’UE della Turchia potenza economica, quali saranno i rapporti con Israele e se quest’ultimo riuscirà a ripercorrere le tracce dei successi diplomatici apparentemente ora troppo lontani dalla sua recente storia. Infine, fin quando la laica e moderata Turchia salvaguarderà gli interessi occidentali e degli Stati Uniti d’America nel mondo islamico, facendogli da apripista in molti conflitti?

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

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Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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