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Alessandro Anselmi, architetto romano

Può capitare, alle volte, di perdere un libro non ancora letto fino in fondo o di non riuscire a finirlo per qualche strano motivo. Era questa la sfortunata vicenda del protagonista di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino: ogni volta che un racconto trovava un nuovo inizio, era costretto a fermarsi poco dopo, trascinato via da qualche imprevista vicenda.
Può capitare, nelle giornate di studio confusionale, di tralasciare alcuni capitoli, affidando a riletture successive e momenti più tranquilli la scoperta di nuove pagine e delle parole in esse contenute.
Capita così anche in architettura, disciplina non meno complessa e affascinante di un libro non ultimato. Il rischio che si corre, forse inevitabile, è che per la smania di arrivare alla fine, se ne scorrano velocemente i paragrafi, non dando il tempo alle parole di esprimere veramente il loro peso, di evidenziare fino in fondo il significato delle loro idee.
Nel nostro caso, il libro non ancora letto sino in fondo, narra una storia che inizia negli anni 70 del secolo passato e parla di postmodernismo. Ne conosciamo (forse per una singolare vocazione all’esterofilia) principalmente i paragrafi che raccontano delle vicende inglesi e americane, ma abbiamo dato solo una rapida occhiata al capitolo sull’Italia. Eppure è il caso di tornare indietro su queste pagine, soffermandoci su qualcosa non ancora compreso fino in fondo e che abbiamo sorpassato prima ancora di provarci.
A Roma, caso specifico non fortuito, varie furono le esperienze postmoderne: tra gli altri, gli architetti del gruppo Grau (Gruppo Romano Architetti Urbanisti) tentarono di testimoniare l’inquietudine di quegli anni confusi attraverso i loro progetti e le loro provocazioni. Chiaramente progetti polemici, capaci di accendere lunghe discussioni, che si fecero carico dell’utopia della rinuncia al movimento moderno e di quanto, nel corso di oltre mezzo secolo, si era teorizzato, costruito e criticato.
All’interno di questo gruppo, Alessandro Anselmi rimane probabilmente uno dei personaggi più poetici e interessanti, colui che, forse più di altri, fu capace di cristallizzare in ogni progetto l’insegnamento tratto dal contatto diretto con la storia. Storia che rappresenta la chiave di lettura più appropriata del suo metodo, altrimenti difficilmente inscrivibile in una definizione precisa e compiuta.
Non risulta immediato trovare in una semplice successione cronologica dei suoi progetti, una linearità tale da poterne definire i cambiamenti avvenuti durante gli anni. Confrontando i primi progetti con gli ultimi, si avverte una radicale trasformazione di forme e volumi. Dalle forme geometriche degli anni ’70 fino alle curve sinuose degli ultimi progetti, contrapposte per effetto finale, ma moralmente vicine nei concetti.
Una traduzione più semplice di questo meccanismo, può essere fornita dal continuo interesse di Anselmi (così come per gli altri architetti postmoderni) per gli insegnamenti del passato: le prime piante richiamano fortemente suggestioni talmente radicate negli insegnamenti dati da una città come Roma, da riuscire a diventare non mera citazione di elementi sparsi, ma composizione raffinata in grado di creare un lungo percorso dialettico che trova nella visione d’insieme il giusto modo di comprensione.
Progetto per asilo Santa Severina, 1974-81
E’ allora il punto di osservazione del disegnatore quello in grado di fornirne l’interpretazione più completa di questo modo di pensare. Sorprende la capacità di trovare nella rappresentazione stessa del progetto il mezzo attraverso il quale materializzarne l’idea: disegni quasi sempre di prospettive, in evidente opposizione ai canoni modernisti che vedevano nella compiuta sequenza di pianta-prospetto-sezione la rappresentazione razionale e corretta del progetto.
Alla storia e al disegno, quindi, viene affidata la forza emotiva dell’idea architettonica; attraverso questi passaggi tra mano e sguardo, continui e rapidi, le linee si incontrano in un dialogo polemico, con la tensione propria di chi si muove tra la razionalità della tecnica e il romanticismo dell’emotività artistica. La conclusione di questo scambio di battute sembra essere stata ogni volta diversa, ma rimane in realtà sempre simile nella sostanza in quanto frutto della medesima volontà creativa.
Bisogna riconoscere il proprio errore quando si è voluto rimandare per troppo la lettura del capitolo contenuto nel libro smarrito. Avremmo potuto approfittare della presenza di colui che meglio di chiunque altro, ci avrebbe fatto ragionare meglio sugli insegnamenti della storia e dell’immagine. Per fortuna, però, la forza dell’architettura sta anche nella sua volontà di confrontarsi col tempo e, magari, di vincerlo.
Alessio Agresta

About Alessio Agresta

Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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