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Il Mandala: lo specchio dell’Essere. Karma e sincronicità in Jung




“E’ una memoria ben misera quella che ricorda solo ciò che è già avvenuto” 
(Alice nel paese delle meraviglie, cit. Jung)

Migliaia di anni prima che nascesse la nostra civiltà un’enorme radice comune fece nascere i rami delle nostre culture, venne chiamata “radice indoeuropea” e attualmente rappresenta l’albero polimorfo delle nostre conoscenze acquisite, parallelamente nella penisola indiana e nell’attuale assembramento europeo: linguaggi, sistemi, letterature, religioni e idee, le quali al giorno d’oggi appaiono esternamente dissimili e discordanti, ma che originariamente nacquero da semi vicini, così vicini che all’insegna della loro differenza dovettero edificare la loro convivenza.
All’interno dell’antichissima raccolta di inni indiani Rg Veda “la raccolta delle strofe della sapienza”, il testo che viene definito dagli studiosi “strato arcaico della poesia indoeuropea” si fa menzione di un’affascinante immagine ritualistica, che sia nella filosofia che nella psicanalisi ha fatto “perdere” la testa a  molti, tra i più noti Schopenhauer e Jung. Questa immagine è chiamata “Mandala”.

Su una spiaggia di Goa, al tramonto, un anziano che raccoglie conchiglie disegna con un bastone sulla sabbia cerchi di varie grandezze che si sovrappongono, assemblati tra altre figure geometriche. Dopo molto lavoro giunge l’alta marea che spazza via la sabbia e cancella il disegno. Eppure l’anziano sorride, ed è felice, mi dice, perché la forza distruttrice del mare cancellando il suo lavoro ha dato prova dell’incessante movimento dell’esistenza che ora sostituisce quella forza con l’altra opposta, che è quella della vita. Il suo lavoro è stato una preghiera rivolta a ciò che i buddhisti definiscono il processo concentrico attraverso cui il cosmo si è creato. 
Già alle origini della civiltà, i monaci delle foreste dipingevano i mandala; concentrandosi sulla pittura focalizzavano l’attenzione verso la propria coscienza, verso i “cicli” della loro mente.

“Manda”: essenza, “la”: contenere, dal termine tibetano “dkyil khor”, è stato tradotto con l’immagine della circonferenza, la quale appunto “possiede” l’essenza. Il vero Mandala secondo il primo buddhismo è mentale: il disegno ne è solo la rappresentazione, è il simbolo da interiorizzare, è la stabilità che attraverso il rito esteriore va applicata alla nostra mente. È un Nulla esterno, ciò che non ha modo di manifestarsi esteriormente se non attraverso la concentrazione dell’attenzione nel compiere il disegno. Riflettendosi poi come su di uno specchio l’immagine rappresentata rientra nell’artefice del mandala per ritornando in forma di “Tutto” all’interno della mente, ricongiungendosi con essa. 

Secondo l’originale teorizzazione dello psicologo Carl Gustav Jung l’interiorità è un mondo extra-fisico fondamentale, difficile da comprendere perché parte di un Tutto, la cui idea è inarrivabile.
Il fatto che abbiamo occhi e orecchie visibili esteriormente, non esclude il possesso da parte nostra di un principio interiore della vista e dell’udito: infatti sostenere l’idea che vi sia un microcosmo, coincidente con l’ “inconscio” di  Freud, che riunisca ciò che la causalità fisica non giunge a dimostrare, ci porta a pensare che i “veri” occhi e le “vere” orecchie siano proiettate verso l’interno (anche la psicanalisi lacaniana, seppur su binari totalmente differenti, giungerà a teorizzare che il “sintomo” di un disturbo psichico possa essere ascoltato solamente nel silenzio totale della nostra interiorità).

L’importanza che Jung conferisce all’interiorità si traduce nella teorizzazione di una  “causalità interna” che va ad arricchire l’idea di realtà comunemente intesa: non solo spazio, tempo e casualità, ma anche sincronicità.
La sincronicità  e le sue leggi si integrano nell’esistenza giungendo in soccorso dell’individuo in difficoltà attraverso un elemento psichico omogeneizzante che lega, dove la casualità non arriva, realtà fisica e ciò che la oltrepassa. Quando qualcosa non è fisicamente spiegabile vi sono leggi interne extra-intellettive, le leggi della “sincronicità”, che aiutano ad integrare quell’aspetto oscuro della realtà, che è l’inconscio. 
“Sembra davvero che il tempo, lontano dall’essere un’astrazione, sia un continuum energetico concreto. Esso include determinate qualità o condizioni fondamentali che si manifestano simultaneamente in luoghi diversi con un parallelismo che non può essere spiegato dal principio della causalità” (“La sincronicità”, cit. Jung).

A differenza della legge del Karma, che rappresenta cause e connessioni manifeste, la legge della sincronicità giunge dove non vi è manifestazione, “dove il Nulla crea l’effetto”, dove non vi è spiegazione ma vi è coincidenza e legame invisibile. Da questo punto si è sviluppato ciò che ha portato il teorico svizzero ad allontanarsi dall’insegnamento freudiano ed avvicinarsi sempre più alla filosofia indiana. Jung si caratterizza per l’intuizione di una realtà psichica stratificata, costituita da un background comune di esperienze dell’umanità intera, che strutturano e determinano nel tempo la psiche: gli archetipiSono forme “vuote” che col tempo si solidificano e diventano forme comportamentali “tipiche”, strutturando così, col tempo, l’azione della psiche collettiva: plasmandosi attraverso l’esperienza personale esse si riempiono di senso e diventano archetipi per il futuro; creano una sorta di “memoria inconscia” di azioni non accadute che preparano all’accadere.

Tra questi archetipi, l’idea del “Sé” (la nostra vera essenza in opposizione alla costruzione mentale dell’“Io”) è l’archetipo centrale, o “l’archetipo dell’ordine”: forma trascendente al centro dello spazio mandalico, che è anche l’immagine del mandala disegnata dal raccoglitore di conchiglie sulla spiaggia di Goa: rappresentazione della presenza di ciò che non vediamo e comprendiamo, che crediamo Nulla ma che in realtà è la parte nascosta dell’Essere.

“Trenta raggi circondano un mozzo: 
sul nulla si fonda qui l’utilità del carro.
Si fanno chiavi e vasi in forma di recipienti: 
sul nulla si fonda l’effetto del recipiente.
Si praticano porte e finestre  e stanze,
sul Nulla si fonda l’effetto della stanza.
Perciò: il qualcosa crea realtà, 
il Nulla crea effetto”.

Lao Tse (cit. in “La sincronicità, Jung)


Costanza Fino

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Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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