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These clothes don’t fit us right (Parte 2)

[Continua da qui] L’analisi cinematografica è uno strumento sicuramente più affidabile dell’estro del critico per descrivere e rendere conto dei molteplici procedimenti di significazione che si affollano in qualsiasi testo a 24 fps. Questo ambito di studi ha ormai raggiunto un vasto riconoscimento accademico, e pur essendo tutto considerato ancora in tenerissima età, rappresenta un necessario controcanto, più metodico e scientifico, rispetto all’infervorante ed incontrollata fiamma della cinefilia che anima molti di coloro che scrivono di cinema e dintorni.

Come ho già detto la settimana scorsa, questo approccio non rientra nelle mie corde, da una parte perchè richiede molta più costanza, dedizione e competenza di quanta potrò mai ambire ad avere, dall’altra perchè credo che in definitiva l’essenziale di quello che c’è da dire di un film non sia mai così tanto celato da doverlo smontare in pezzetti piccolissimi per poterlo trovare. Ciò nonostante non c’è dubbio che leggere e confrontarsi con delle minuziose scomposizioni di un qualcosa che si crede di aver compreso sufficientemente è un esercizio spesso rivelatorio e dei propri limiti, e delle inaspettate profondità e diramazioni a cui il mezzo cinematografico è in grado di giungere.

Più di altre forme d’espressione il cinema si presta ad un’analisi di tipo “chirurgico” perchè più di altre forme di espressione è composto da strategie di comunicazione estremamente eterogenee, raggruppate in una maniera che ormai diamo per scontata ma che ha del miracoloso ed è difficilmente riscontrabile in altre forme più classiche.

Il cinema è per sua stessa natura un “linguaggio” polisemico, ossia che prende in prestito forme di significazione e comunicazione da pressoché qualsiasi altro mezzo ideato dall’umanità lungo il corso della sua storia, e pur non raggiungendo nei singoli aspetti la profondità e la ricchezza di sfaccettature che ognuno degli altri mezzi ha saputo mostrare durante la propria (di solito incomparabilmente più lunga) storia, è riuscito, nei casi migliori, a trovare un’intersezione precedentemente impensabile tra diverse suggestioni.
Questa ricchezza e diversità in un certo modo invita un’analisi sistematica in cui si tenti di distinguere tra loro i vari sistemi con cui un film riesce a comunicare un’idea o un’emozione, ma non bisogna mai dimenticare che è proprio la sovrapposizione e l’inestricabile dipendenza di questi sistemi l’uno dall’altro che caratterizza il mezzo cinematografico nel suo nucleo più intimo, e che quindi un’eccessiva atomizzazione non può che fallire nel compito di rendere conto dei meccanismi basilari e delle strutture sottostanti (se mai esistono) al teatro di luci.

Stiamo lentamente giungendo alla non sorprendente conclusione che la verità si trova nel mezzo, e che probabilmente le due modalità di esplorazione si completano come Tom Cruise e Renée Zellweger. Per quanto deludente ai fini di un potenzialmente succoso alterco tra me e nessuno, un epilogo democristiano a questo doppio post è inevitabile ed è con un pacato spirito di conciliazione che vi saluto fino a venerdì prossimo.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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