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Swimming in a Fish Bowl. Il mito di Narciso dalla prospettiva di un pesce rosso (o quasi).



        
“Non sa che sia quel che vede, ma quel che vede lo infiamma,
 e proprio l’errore che lo inganna gli occhi glieli riempie di cupidigia. 
Ingenuo, che stai a cercar di afferrare un’immagine fugace? 
 Quello che brami non esiste; quello che ami se ti volti lo fai svanire. 
 Questa che scorgi è l’ombra, il riflesso della tua figura.
 Non ha nulla di tuo quest’immagine, con te è venuta e con te rimane,
con te se ne andrebbe se tu riuscissi ad andartene.”
(Metamorfosi, Ovidio)
       
Prendiamo un acquario per pesci rossi, di quelli tondi e claustrofobici. Immaginiamo di immergerci al suo interno e abbandoniamoci al flusso immobile dell’acqua provando la sensazione di essere noi stessi dei pesci; figuriamoci poi Narciso ed Eco e trasponiamo la scena del romantico e malinconico racconto delle Metamorfosi di Ovidio all’interno di questa fish bowl.
 Cosa ne esce? Non una magia, e neanche un esperimento, ma il tentativo di creare una metafora,  una metafora di quello che potrebbe essere il mondo ai nostri occhi; una delle molteplici percezioni che abbiamo del mondo reinterpretata attraverso le vicende di questi due personaggi.
  
Narciso sul ciglio dell’acqua, scorge la sua immagine riflessa e si innamora di essa. 
Ma non sa, non sa ancora di essere lui, non conosce se stesso. Egli vede la perfezione di ogni sua parte riflessa nell’acqua e nel contemplare quell’immagine, l’immagine di se stesso, si perde e diventa prigioniero di quell’illusione: si abbandona al sentimento che essa gli suscita.
     
Concepito dall’azzurra ninfa Lirìope tra le onde di Cefiso egli fu presto sottoposto al buon non-occhio del cieco indovino Tiresia, girovago tra le città dell’Aonia, il quale presagisce alla ninfa che Narciso giungerà alla vecchiaia solamente se non conoscerà sé stesso.
Intanto Narciso cresce, viene rincorso, viene amato, ma mai si desta di fronte a qualcosa, né di fronte a qualcuno.

Eco fu una ninfa furba  e che troppo parlò per distrarre Giunone e far scappare le altre ninfe che si intrattenevano con Giove. Cosicché Giunone la punì togliendole la parola e lasciandole solamente l’eco, il suono ripetuto, il riflesso della fine di discorsi non suoi.
Eco vide e si innamorò di Narciso il quale, seppur cercando curioso la provenienza delle sue stesse parole, ripetute da Eco, rifuggiva fisicamente la giovane ninfa, la quale  non capiva e continuava ad inseguirlo, illusa dall’eco distorta ed incoraggiante delle sue parole ripetute. 
Cacciata da Narciso,  prese coscienza del rifiuto, si nascose nelle foreste e si abbandonò al dolore, secondo alcuni testi; svanendo pian piano nella sua magrezza diventò aria e le sue ossa si tramutano in pietre: di Eco rimase solo il nome. «Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!» 

Dal fondo dell’acquario vediamo Narciso disperarsi, impazzire: egli ama ciò che non ha, ama il riflesso, l’illusione, il non essere: anch’egli vive la sofferenza perché ama ciò che non potrà possedere mai, impotente come Eco difronte alle sue parole inespresse.
La maledizione ha funzionato, ma in realtà la maledizione non esiste: è uno strumento per portare Narciso alla conoscenza della caducità.
 Due volti di una stessa medaglia, Eco simboleggia l’illusione uditiva, il riflesso illusorio della parola, Narciso l’illusione visiva, straziante ed insieme illuminante, che dall’amore folle passa per l’autodistruzione e sfocia nella metamorfosi, finale,  in un fiore.

Nella stessa prospettiva, ci siamo anche noi circondati di acqua, la quale a sua volta è recintata di vetro. Circolare è la fish bowl come lo è una certa idea del divenire della storia; circolare è il vetro come lo è lo spazio illusorio che ci circonda su cui creiamo continuamente rappresentazioni idealizzate e fittizie; circolare è infine il rapporto tra le parti e il tutto poiché un certo filo – nel racconto di Ovidio tessuto dagli dei, nella realtà annodato da una molteplice varietà di leggi – lega tra loro le azioni dei personaggi.
         
Si strugge per ciò che è insieme così vicino e così inarrivabile, così “in lui” e così “fuori di lui”, fino a quando il delirio non lo porta alla letale conoscenza di se stesso di fronte all’illusorietà del suo sentimento, ed insieme alla coscienza dell’impossibilità di raggiungere l’unità se non attraverso la morte.

In altre parole, Narciso prende conoscenza dell’Illusione. Addirittura preferisce morire piuttosto che vivere la pienezza di questa illusione.
Accanto al “conosci te stesso” di Socrate, Ovidio accosta il “non conosci te stesso” di Tiresia, il quale accecato dall’ira di  Era, venne dotato da Zeus del senso del “prevedere”, che lo ha reso nei miti l’emblema della saggezza filosofica. Tiresia prevede che Narciso potrà vivere al costo di non conoscere il vero sé, vivendo nell’Illusione; Narciso, presa conoscenza di sé stesso e dell’impotenza del proprio essere, dinanzi al dramma dell’illusione sceglie la morte, sceglie di ricongiungersi alla natura attraverso la metamorfosi.

Illusione, nella filosofia orientale si traduce con Maya, la “fonte misteriosa di tutto ciò che esiste”, la quale si mostra come velo (avarana) che oscura e impedisce la percezione come evoluzione (vikshepa), e attraverso la quale l’illusione diventa un’entità indipendente, automotrice.

Eppure Maya è la natura intrinseca dell’universo, come manifestazione: «Il non sapere è l’esperienza dell’illusione», l’Illusione (Maya) è mascherata dal non sapere (A-vidya) e proprio questa illusione mascherata dall’ignoranza è la natura intrinseca dell’universo (Danielou).
Ciò implica che l’esistenza è la natura dell’ignoranza, poiché il non esistente non sa cosa mascherare. L’ignoranza è quindi un velo come l’illusione, eppure è un velo da vivere, non da morire, al contrario di Narciso, poiché sempre e comunque la potenza della natura si opporrà alla conoscenza.

«Un’illusione è una falsa apparenza, ma un apparenza ha per base, necessariamente, una realtà, perché niente di illusorio può esistere senza un supporto, e la realtà del supporto riempie l’illusione. Adorando un’illusione o le sue manifestazioni, si adora la realtà che vi sta dietro, cioè l’Immensità sempre inconoscibile sulla quale essa è posta».
(Karapatri Shri Bhagavati tattva, Siddhanta)

Dal “conosci te stesso”, al “non conosci te stesso”, fino all’ “accetta!”: un tentativo di esaminare, in un acquario a forma di mondo, un aspetto in più sulla realtà irreale dell’essere.




Costanza Fino

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Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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