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Polinice intervista Roberto Napoletano, direttore de "Il Sole 24 ore"

Roberto Napoletano non ha certo bisogno di presentazioni. Nato tra i paesaggi della Liguria, per poi trasferirsi giovanissimo a Nola ed in seguito a Napoli, Roberto Napoletano é un personaggio che indubbiamente ha segnato e continua a segnare la storia del giornalismo italiano. Dopo essersi professionalmente affermato a Napoli, approdando nel 1984 alla redazione del Mattino, nel 2006 prende le redini del Messaggero divenendone il Direttore. Le sue numerose inchieste, tra cui la denuncia del traffico di esseri umani nelle strade della capitale, sono considerate pietre miliari del giornalismo italiano. Questa testimonianza giornalistica ha portato a numerose condanne, non più solo per sfruttamento della prostituzione, ma per l’ancora più grave reato di riduzione in schiavitù, favorendo inoltre la liberazione di molte donne dal vortice di orrori che le aveva catturate.

Nel 2011 assume il ruolo di Direttore del Sole 24 Ore. Al timone del più autorevole quotidiano economico nazionale, già dalle prime settimane é stato registrato un aumento esponenziale delle vendite, in controtendenza con un periodo di grande crisi per la carta stampata. Anche la sezione on-line de “Il Sole 24 Ore” é andata incontro ad una sensibile impennata nelle consultazioni, con più di un milione di visualizzazioni al giorno. Roberto Napoletano si è rivelato fin da subito un direttore attento e vicino ai suoi lettori. Oltre a scrivere personalmente molti articoli del suo giornale, “incontra” milioni di persone ogni domenica con l’ormai celebre “memorandum”, uno specchio di approfondimento che regala un momento di interessante riflessione su temi riguardanti importanti aspetti della nostra vita, storia e società. L’11/11/2011, a seguito della formazione del governo tecnico, il suo titolo “Fate presto” (vincitore del Premio Ferrari edizione 2011) é stato riportato dai quotidiani di tutto il mondo, facendo si che Roberto Napoletano fosse il primo direttore italiano ad essere intervistato dal New York Times riguardo la situazione economica del Paese.

Sono famose le sue interviste ai personaggi di spicco della nostra politica, in cui, coerentemente con la sua competenza, precisione e professionalità, é solito ripetere agli intervistati che tentano di aggirare la domanda: “rinuncio alla seconda domanda, ripropongo la prima”.

Roberto Napoletano non ha mai abbandonato il suo grande amore per la scrittura. Tra le sue numerose opere ricordiamo “Fatti per vincere. Uomini e imprese dell’Italia positiva”(1986), “Padroni e Fardelli – Occasioni perdute, storie e retroscena nel Paese della Grande Illusione”(2006) o ancora “Promemoria italiano – Quello che abbiamo dimenticato. Quello che dobbiamo sapere. Quello che dovremmo fare” (2012) e molti altri successi letterari, inconfondibili per la loro capacità di dipingere il nostro paese con grande sincerità e passione.

Serietà professionale senza pari, abilissimo scrittore, il carisma di un leader abituato a dirigere, sempre amato e seguito dai suoi collaboratori. La simpatia, il garbo, l’eleganza di un gentiluomo di altri tempi. Queste sono le frecce nella faretra di Roberto Napoletano. Queste e molte altre ancora.

 

D: Caro Direttore, Lei é nato a La Spezia, per poi trasferirsi giovanissimo a Nola e successivamente a Napoli. E’ stato direttore del Messaggero a Roma, per poi tornare attualmente a Milano al timone del Sole 24 Ore. Lei é peraltro autore di prestigiosi libri come “ Se il sud potesse parlare” e “Mezzogiorno risorsa nascosta”, opere che affrontano sotto molti punti di vista, i problemi del Sud Italia . La Sua é una storia rappresentata da un viaggio che attraversa tutta la nostra Nazione. Cosa rappresenta per Lei il combattuto tema dell’unità d’Italia?

R: L’ unificazione politica dell’Italia per fortuna è stata realizzata, l’unificazione economica del paese ancora deve avvenire, e questo è il vero ritardo competitivo di questo paese. Se facciamo un confronto tra l’Italia e la Germania, le due grandi economie manifatturiere dell’Europa, ci accorgiamo che la prima e rilevante differenza che si nota, è che in un tempo relativamente ristretto, la Germania occidentale è riuscita a risolvere il problema della Germania orientale. Oggi la Germania dell’Est ha ritmi di crescita competitivi e in alcuni casi superiori rispetto alla Germania occidentale, e svolge un ruolo rilevante nella crescita manifatturiera di questo paese. Dopo più di mezzo secolo il problema dell’unificazione economica italiana non è stato risolto. Certamente si è investito poco nelle aree di eccellenza del Mezzogiorno e che riguardano la crescita competitiva, si è investito poco in termini assoluti, come investimenti in conto-capitale, si è anche sprecato quel poco che veniva trasferito. Detto questo, é importante tenere presente che 21 milioni di persone rappresentano metà dello stato anagrafico del Paese, quindi se non riusciremo a risolvere questo problema, che è il problema dello squilibrio tra il nord e il sud, l’Italia non sarà mai realmente competitiva. Non a caso De Gasperi nel dopoguerra mise al centro della politica economica del paese la coerenza meridionalista,quindi non un ministero per il Mezzogiorno, non interventi ad hoc, ma una politica economica che partisse dalla ripresa del Mezzogiorno. C’è stata una prima fase, l’età dell’oro, in cui l’intervento sul territorio ha funzionato molto bene. Ricordiamo che si è portata l’acqua dove non vi era in Sardegna, si è realizzata la prima infrastruttura di base, è cresciuto il tessuto produttivo, e dal ’70-’75, per alcuni anni le regioni meridionali sono cresciute addirittura più delle regioni settentrionali. Successivamente si decise di interrompere quella stagione, si scelse la via del regionalismo con un decentramento irresponsabile, ne sono emblematici gli slogan del federalismo. Il risultato è stato che si è alimentato al nord, come al sud, un grande flusso improduttivo di spesa pubblica, e si è impedito che potesse crescere davvero la parte sana dell’economia meridionale.

D: Per Lei scrivere ha sempre costituito, oltre che la Sua professione, anche la Sua vera grande passione, sin da giovanissimo, pubblicando il suo primo libro a soli sedici anni. Cosa rappresenta per Lei il giornalismo? Come é nato il Lei il desiderio di intraprendere il difficile cammino di questa professione?

R: In terza elementare in un tema in classe che si intitolava “cosa vuoi fare da grande”, io ho scritto che volevo fare il giornalista e lo scrittore. Credo abbia molto influito il fatto che io abbia passato gli anni elementari e medie sempre a leggere, per cui c’è un grande trasporto proprio per il racconto delle persone. Io credo che in quella stagione ho sempre pensato di dover fare questo, ed é un grande vantaggio perché io dico sempre ai giovani di interrogarsi per capire che cosa vogliono fare da grandi. Se tu capisci dentro di te quale è la tua reale vocazione, hai guadagnato molto tempo, mentre molti si continuano a parcheggiare nell’attesa di capire che cosa vogliono fare da grandi. Se invece capiscono quale è realmente la loro vocazione e si impegnano con determinazione, si guadagna se non altro del tempo.

D: Attualmente Lei é Direttore del Sole 24 Ore dopo aver diretto il Messaggero per molti anni. Lei é noto per le Sue numerose inchieste, dalla politica all’economia, dalla cronaca ai grossi temi di attualità. E’ presente nei Suoi ricordi una specifica inchiesta per Lei particolarmente significativa? Una battaglia giornalistica da conservare nei Suoi ricordi più preziosi?

R: Quella a cui tengo di più negli anni del Messaggero è l’inchiesta riguardante le donne schiave. Secondo me non è ammissibile che in una capitale del mondo occidentale, nel terzo millennio ci siano ancora donne ridotte in stato di schiavitù. Dal momento che in molti casi è addirittura la regola, noi le abbiamo denunciate nei minimi dettagli. Quando i media comunicano che un tribunale ha emesso una sentenza di condanna per riduzione in schiavitù e non sfruttamento della prostituzione, in quel momento sono contento perché vuol dire che quella battaglia ha portato a dei risultati.

D: Lei, Direttore, incontra ogni giorno personaggi che danno un contributo importante alla società, di calibro nazionale e internazionale. Qual é una personalità che ha colpito particolarmente la Sua attenzione, e per il quale ha nutrito fin da subito stima e rispetto?

R: Carlo Azeglio Ciampi, sicuramente.

D: Se Lei, in un immaginario incontro, potesse conoscere un personaggio della storia, chi sceglierebbe?

R: Lorenzo De Medici. Parliamo di un personaggio che ha vissuto una stagione storica irripetibile. Quando si studia il Rinascimento, si intende certamente un’era di rinascita per l’arte, per la letteratura. Tuttavia quel periodo storico ha rappresentato un Rinascimento anche per l’economia, ed é quello di cui avrebbe bisogno ora il Paese. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di vivere una stagione in cui riconosce il capitale più importante che ha, il capitale della cultura, investendo in esso le proprie risorse.

D: Qual é un libro che lei ama particolarmente e che tiene sempre sul Suo comodino?

R: Il Gabbiano Jonathan Livingstone, bellissimo. Bello il testo, belle le fotografie, e la cosa stupenda é il gabbiano stesso che non si uniforma alle regole affrontando tutto e tutti, pur facendosi del male, ma andando avanti per quello in cui crede.
Anche “Se questo é un uomo” di Primo Levi é un libro per me molto importante.

D: Potrebbe fare un quadro dell’Italia in questo momento? Qual é attualmente il Suo punto di vista sul nostro Paese?

R: Abbiamo superato il pericolo più grave ma non siamo ancora fuori pericolo, ricordiamoci che l’ Italia è un grande paese con una grande risorsa giovanile, un grande capitale umano, un grande capitale artistico, storico, culturale, una grande impresa manifatturiera. L’Italia deve semplicemente decidere. Il centro della nostra economia non è soltanto la grande impresa, quanto più questo tessuto di imprese che fanno innovazione pur non risultando, perché non c’è uno sconto fiscale e quindi non risultano, ma che invece sono fondamentali. Dalla meccanica di precisione, ai prodotti della casa, ai prodotti della persona made in Italy che costituiscono un unicum nel mondo, su tutti questi capitali riprendiamo a investire e ce la possiamo fare anzi ce la faremo.

D: Vorrebbe dare un personalissimo consiglio ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro? Quale consiglio riserverebbe ad un giovane che sogna di percorrere la strada del giornalismo?

R: Ai giovani consiglio di sentirsi cittadini del mondo, di sfruttare tutte le occasioni che il mondo offre loro per poter esprimere le loro capacità. Questo è un consiglio obbligato che non significa abbandonare l’ Italia. Si parla molto di fuga di cervelli. Non c’è nessuna fuga di cervelli. Oggi il mondo è totalmente cambiato perché con il telefonino e qualunque mezzo tecnologico, il mondo entra nelle case delle persone, il mondo è la casa degli abitanti di tutto il mondo. E’ importante comprendere dentro di sé cosa si vuole fare, il campo dove si ha più talento e mettere le proprie attitudini a frutto dove c’ è il terreno più fertile. Ovviamente il desiderio deve essere che l’ Italia si metta nelle condizioni di garantire ai nostri giovani migliori il terreno più fertile per potersi esprimere. Detto questo, per chi vuol fare il giornalista, le difficoltà sono veramente notevoli. L’ editoria è in un periodo di crisi veramente difficile. Per cui io darei due suggerimenti. Primo, chiedersi cento volte se si vuole davvero fare il giornalista e se per cento volte la risposta é si, allora si può provare. Si hanno 99 possibilità per desistere, però se una persona è così determinata, allora vada avanti. La seconda cosa da fare che può essere molto utile è invertire il processo storico e partire da internet e non dalla carta perché, anche se la carta non sparirà mai del tutto, sarà il presidio di un’informazione nobile. Il mondo sta cambiando e le maggiori opportunità di lavoro nel giornalismo, si avranno con tutto ciò che è informazione legata strumenti diversi dal cartaceo. Stiamo parlando di internet, come anche dei mobiles, dei tablets, di tutto ciò che è applicazione tecnologica. Ricordiamoci però, che la base di questi nuovi strumenti rimane esclusivamente l’informazione. E’ giornalismo scrivere un articolo su di un giornale stampato, è giornalismo un servizio televisivo, è giornalismo tutto ciò che sapremo fare e giornalisticamente facciamo su internet. In termini di sviluppo le maggiori potenzialità sono sul web, consiglio di partire da lì.

D: Come immagina, Direttore, l’Italia tra 10 anni? – R: Molto meglio di adesso. – D: Grazie infinite.

Giovanni Alfonso Chiariello – AltriPoli

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