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Chi è Hobbes? Realismo e identità politica.

Si tende spesso a valutare la figura di Thomas Hobbes come quella di un conservatore arcigno e poco incline al rinnovamento politico. Credo che questa valutazione sia poco felice. In effetti la violenta legittimazione delle monarchie assolute che troviamo nel Leviatano, pone Hobbes su una linea di continuità rispetto alla visione del sovrano in voga nell’Europa della seconda metà del ‘600. Insistere troppo su questo punto, tuttavia, porta ad ignorare i riferimenti critici e le stoccate polemiche che, con forza, Hobbes sferra alla tradizione costituzionalistica inglese.


É un dato di fatto che l’Inghilterra sia sempre stata una grande anticipatrice dei tempi. Già a partite dalla Magna Charta del 1215, lo statuto politico inglese prevedeva degli embrionali meccanismi di limitazione del potere. Tali meccanismi andarono gradualmente perfezionandosi, fino a strutturarsi assumendo la forma di una vera e propria tripartizione del potere politico. Si è soliti individuare in Montesquieu, autore dello Spirito delle leggi, il padre della divisione del potere in legislativo, esecutivo, giudiziario. Questo meccanismo, colonna portante della teoria politica liberale, garantisce al cittadino la consapevolezza che il potere statuale venga sempre amministrato mediante un sistema di pesi e contrappesiche, di fatto, impedisce il presentarsi di forme di autoritarismo.

Torniamo a noi. Dicevo, si è soliti attribuire tutto il merito del meccanismo di pesi e contrappesi a Montesquieu. Senza voler togliere a quest’ultimo alcun merito, mi sento però di evidenziare come forme di divisione del potere statuale fossero in vigore già nell’Inghilterra del XVII secolo. Non è un caso che l’autore dello Spirito delle leggi giunse alla piena teorizzazione della divisione dei poteri proprio dopo un viaggio in Inghilterra, già da tempo caratterizzata dalla cosiddetta forma di governo del King-in-Parliament.

Tale sistema politico attribuiva al re il potere esecutivo e di nomina; alla Camera dei Lord il potere giudiziario; alla Camera dei Comuni la delega alla politica fiscale e la facoltà di chiedere la destituzione del sovrano (impeachment). La funziona amministrativa era poi esercitata congiuntamente da queste tre istituzioni. Si vede bene con Montesquieu si fosse decisamente ispirato a tale modello costituzionale nella stesura dello Spirito delle leggi.

Veniamo a Hobbes. In che senso ho detto, in apertura, che una valutazione di Hobbes come mero conservatore sia infelice? Nel senso che Hobbes va radicalmente contro tutto ciò. Dopo la Guerra civile inglese, iniziata nel 1642 e conclusasi nel 1649 con la decapitazione di Carlo I Stuart, il Nostro si era definitivamente convinto di come qualsiasi forma di divisione del potere politico fosse un elemento di destabilizzazione della società. In effetti, la guerra civile vide proprio uno scontro tra il monarca e la borghesia puritana, ben rappresentata nella Camera dei comuni. Come conseguenza di ciò, Hobbes scelse di dedicare al tema dell’unità del potere politico un capitolo del suo Leviatano, il XVIII.

In tal senso Hobbes può essere interpretato in due modi:

(a)  Come un fautore del conservatorismo, in quanto difensore delle istanze del sovrano assoluto;

(b)  Come autore contro-corrente, in quanto avversario di secoli di tradizione politica (!).

Questa equivocità si riscontra anche in altri casi.

Durante la Restaurazione, che portò nuovamente al potere gli Stuart con Carlo II (1660), furono gli esponenti del partito Whigs, di solito classificati come “proto-progressisti”, a farsi difensori della tradizione. I conservatori, invece preoccupati da un possibile ritorno di fiamma della guerra civile, fecero di tutto per osteggiare la forma di governo del King-in-Parliament, dimostrando un certo “riformismo”, potremmo dire.

È una bella inversione dei ruoli, no? Progressisti che difendono la tradizione, conservatori che la osteggiano.

Non prendetemi troppo sul serio, ma io vedo in questo ribaltamento di ruoli la prova di una mia (banale) idea: che le categorizzazioni politiche siano un lusso dei tempi più felici. In epoche di crisi (come quelli della Guerra civile inglese, prologo ed epilogo inclusi) è il realismo a prevalere. I confini delle classificazioni diventano mutevoli e vengono tracciati non più dall’Ideologia, ma dalle convenienze, dai rapporti di forza.

Anche quella in cui viviamo è un’epoca di crisi. Ho la sensazione che la liquefazione dell’identità dei partiti politici alla quale stiamo, in tempi recenti, assistendo, sia una dinamica non nuova.

Giulio Valerio Sansone

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Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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