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Just a rhyme without a reason

Con quello che è ormai il terzo episodio di una serie assolutamente non pianificata che potremmo intitolare “Ex-giovani registi americani ambiziosi” nel contesto della quale ci siamo già occupati di Wes Anderson e Quentin Tarantino, volevo oggi spendere due parole su un altro “enfant prodige” di Hollywood, giunto dopo nemmeno vent’anni di carriera e solo sei lungometraggi a un livello di riconoscimento che non posso non considerare insalubre.
Parlo di PTA, al secolo Paul Thomas Anderson, probabilmente il più tardo dei registi statunitensi che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 hanno dato vita a una piccola “new wave” nel cinema indipendente a stelle e strisce ormai interamente riassorbita nel mainstream.

Rispetto a molti dei suoi più o meno coetanei a cui può essere più o meno ricollegato, PTA è sicuramente il regista che più naturalmente incarna la figura dell’Autore, il demiurgo cinematografico dalla leggendaria meticolosità e impenetrabile visione in grado di mandare in brodo di giuggiole orde di cinefili di ogni foggia e taglia. Non a caso e non senza un fondo di ragione è probabilmente l’uomo che più spesso è stato designato come erede naturale di Stanley Kubrick, e si può forse individuare nella carriera una certa dose di consapevolezza riguardo questo paragone certamente lusinghiero, alternatamente abbracciato e rifiutato.

Questo balletto con l’anticipazione del pubblico è particolarmente aperto nel caso del suo ultimo lavoro, uscito in Italia da poco più di due mesi ma che aveva destato sin dai tempi del suo annuncio un fitto brusio tra il curioso e il prevenuto. Per molti mesi, a chiunque aveste chiesto, The Master sarebbe stato identificato come “il film su Scientology”, definizione che lo accompagnerà ancora per molto tempo. Non ci è dato sapere se e quanto la setta fondata da Ron L. Hubbard sia in effetti stata in un qualche punto della produzione un obiettivo (polemico o meno) della pellicola, ma a giochi fatti la setta fondata da Ron L. Hubbard può rientrare solo molto marginalmente nell’orizzonte tematico del film e chiunque avesse pruriginose aspettative al riguardo rimarrà certamente deluso (come Benedetta Tobagi, che sul film ha scritto una disarmante -per ingenuità e superficialità- ultima pagina del Venerdì).

The Master in generale gioca molto con l’aspettativa del “filmone” che accompagna ogni nuovo lavoro di PTA, e si sforza attivamente di far mancare il pavimento da sotto i piedi di chi andasse cercando l’opera “socialmente rilevante” o comunque acutamente consapevole della propria importanza. Principale autore di questo sabotaggio è Joaquin Phoenix, il cui personaggio sembra essere calato per caso in un contesto a lui completamente estraneo, e gli effetti della sua presenza sono dirompenti a tal punto da deviare sostanzialmente l’asse della pellicola, che alla fine dei giochi risulta essere quasi più una commedia che altro.

La kubrickiana impossibilità di simpatizzare per alcuno dei personaggi, certamente non una caratteristica nuova nell’opera di Anderson, viene declinata in maniera diversa che in passato e diventa più che altro un’impossibilità di prenderli sul serio. Daniel Plainview era un personaggio che intimidiva e se non altro ispirava una qualche misura di rispetto nello spettatore, Freddie Quell e Lancaster Dodd sono un sempliciotto e un ciarlatano accuratamente deformati dalla mano del regista che fa di tutto per privarli di un qualsivoglia fascino o charme, circondandoli peraltro da una torma di comprimari altrettanto improbabili.
Il risultato è un film decisamente inusuale, eterogeneo e privo di un chiaro punto di fuga emotivo o narrativo, probabilmente più contorto ed ermetico di quanto avrebbe avuto bisogno di essere, ma dotato di un’aura guittonesca che stride a sua volta con la magnifica messa in scena, punto su cui peraltro Anderson è regolarmente in grado di guadagnarsi la pagnotta ben più di molti dei suoi colleghi di cui abbiamo parlato precedentemente. Piaccia o non piaccia il suo stile, il talento visivo di PTA è di un livello nettamente superiore a quello della stragrande maggioranza degli autori americani contemporanei e se molte delle mie preoccupazioni sull’eccessiva cedevolezza verso le proprie inclinazioni che ho detto di nutrire riguardo Wes Anderson e Tarantino le nutro anche nel suo caso, devo anche dire che a livello di talento puro il confronto non sussiste nemmeno, e con un potenziale del genere la possibilità del capolavoro è sempre dietro l’angolo.
Dietro l’angolo questo capolavoro rimane anche quest’anno però, un angolo che a questo punto credo verrà girato più per caso che per altro, ferma restando l’eccezionalità dei mezzi -espressivi e non solo- a disposizione del regista losangelino.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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