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La duplicità dell’essere femminile

«Ci sono due modi di diffondere luce: essere la candela
oppure essere lo specchio che la riflette».
Edith Wharton

L’otto marzo è un giorno simbolico, lo è diventato sempre di più in quest’ultimo decennio. 
“The woman’s day” è il nome che fu dato alla conferenza tenuta da Corinne Brown, al posto di un oratore socialista assente, il 3 Maggio 1908 nel Garrick Theatre di Chicago: fu la prima riunione ufficialmente “femminista”, aperta a tutte le donne per discutere di diritti non rispettati, di suffragio universale, di liberazione.
Quest’anno è stato qualcosa di molto diverso, e di molto intenso: ne abbiamo letto a riguardo su tutti i giornali e a tutto tondo, attraverso commenti, grafici e testimonianze di un anno che di violenza verso la donna ne ha vista troppa.
Passando per un periodo di disinformazione sulla genesi di questa ricorrenza, compensata da auguri, mimose e cioccolatini, quest’anno si è sentito nuovamente il peso di affrontare di petto l’attualità, accompagnata da un’enorme quantità di dati disarmanti, di dover prendere coscienza su ciò che sta accadendo oggi all’“essere femminile”, e non solamente “donna”. Uno slittamento dal valore simbolico alla potenza dei fatti ha secolarizzato questa giornata, rendendola la giornata della coscienza dell’essere femminile, ovvero duplice: da un lato è stata la giornata della rafforzata identità della “donna”, consolidata dopo decenni di lotta femminista al mantenimento della salvaguardia della propria indipendenza; dall’altro si è marcato il problema della “non identità femminile”, ovvero dello stato sempre più debole di quella parte che non è giunta ancora a legittimarsi come tale: ieri era la festa delle femministe, oggi è la giornata della coscienza sul femminile come attributo di ciò che non è ancora donna. Molte delle violenze subite dall’essere femminile sono state la conseguenza del tentativo di autolegittimare il proprio essere donna nel senso più moderno. Nirbhaya, la ragazza che il 16 dicembre scorso è stata violentata su un autobus a New Delhi da sei ragazzi, è stata “punita” perché si trovava sulla strada per l’indipendenza: nel senso fisico in quanto troppo “diversa” dalle altre ragazze indiane nel suo essere su un autobus di notte, nel senso morale in quanto ribelle nel suo essere autonoma rispetto allo stereotipo indiano di donna tradizionalmente passiva.
Pochi giorni dopo la violenza, ho domandato a Siddharth Dhanvant Shanghvi (giovane scrittore indiano, noto per il realismo sociale dei suoi romanzi profondi e provocatori) cosa ne pensasse dell’enorme reazione da parte della società indiana, insorta nelle piazze e sui media per la prima volta della storia in nome del femminile, mi ha confermato la duplicità del problema.
«Nirbhaya rappresentava lo stereotipo della ragazza indiana di buona famiglia, la sua forza era quella di essere indipendente, di avere un certo equilibrio ‘attivo’ tra amicizie, università e famiglia: uno stile di vita occidentalizzato. È stata la sua arma a doppio taglio, da un lato per questa sua forza è stata punita diventando vittima, dall’altro il suo essere vittima è riuscito ad innescare per la prima volta un meccanismo di immedesimazione sociale talmente potente da diventare quasi rivoluzionario. Eppure, contemporaneamente, della maggior parte delle violenze non verremo mai a sapere, perché sono nascoste, ‘non viste’ e non volute vedere perché troppe e troppo emarginate socialmente».
Così, da una parte si ha la forza di una giovane donna, che nell’aver creato e ricercato la sua indipendenza è stata barbaramente punita: dinanzi alla reazione pubblica questo episodio è diventato un simbolo potente che, attraverso i media e l’immedesimazione sociale, ha insieme rivendicato e creato all’interno della società indiana una nuova apertura verso questa problematica. Dall’altra parte rimane la debolezza violata, inespressa ed inesprimibile, di un’infinità di donne, che tuttavia è e sembra destinata a rimanere un capitolo irrisolto.
Questo è il vero grande tema affrontato da giornalisti, scrittori e testimoni in occasione dell’otto marzo di quest’anno. Per la maggior parte, le violenze sulle donne, in tutto il mondo, “non sono dette”. La maggior parte delle statistiche sono incomplete e parallelamente alla quantità esponenziale di casi di violenze riportati e puniti ve n’è un’altra, ancora maggiore, che rimane inespressa. La drammaticità insita nella duplicità dell’immagine che la donna oggi vive in se stessa e proietta sulla società maschile è il riflesso di un paradosso più ampio, l’ostacolo più grande a ogni tentativo di apertura: l’inesprimibilità, nel senso di impossibilità di esprimersi, sia per cause interne che per cause sociali.
Mi sembra giusto ricordarlo in questi giorni, poiché lo stato d’inesprimibilità è costantemente avvicinato a figure di debolezza soprattutto “femminili”: alcune troppo giovani per difendersi, altre troppo povere per tutelarsi, altre ancora troppo poco istruite per sapere come comportarsi di fronte a tali subalternità; e allo stesso tempo sono da prendere in considerazione intere comunità “al femminile” non accettate ed emarginate, come per esempio gli Hijra, i travestiti di Mumbai (circa 100.000 sparsi per tutta l’India), secondo Salman Rushdie, a partire da una certa tradizione antica, gli “dèi metà donna”.


Costanza Fino

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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