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«La condizione postmoderna»

Oggi mi improvviso storico della filosofia. Concedetemi il beneficio del dubbio in almeno un paio di casi.

Si è soliti dividere la storia della filosofia in epoche: l’età classica (dai presocratici fino all’ellenismo); l’età patristico-medievale (più o meno a partire da Sant’Agostino fino alla tarda scolastica); l’età moderna (da Suarez fino a Kant); l’età contemporanea (dal dibattito post-kantiano fino a X).
«X? Ma che sta dicendo ‘sto pazzo?» – direte voi. «Sì, sì, proprio X» – vi rispondo io.
Una delle questioni che più mi affascina concerne proprio la possibilità, da parte di chi studia filosofia al giorno d’oggi, di dirsi facente parte dell’età che ho definito poco sopra contemporanea. Detto in altri termini: il gruppone che tiene insieme gli autori successivi a Kant si estende fino ad oggi o si ferma in un qualche punto tra il 1804 e oggi, un punto X, come dicevo sopra? Insomma, siamo contemporanei o siamo qualcosa di diverso, di nuovo?
É chiaro che se il termine “contemporaneo” vuol dire “proprio del giorno-d’-oggi”, allora certo che siamo contemporanei. É palese, tautologico.
Tanto palese che la domanda rimane: dal 1804 è successo qualcosa nella storia della filosofia che possa rappresentare una frattura rispetto ai vari Hegel, Marx, Nietzsche, Comte, Wittgenstein, Heidegger?
Se questa frattura esiste, di certo è talmente vicina a noi da essere difficilmente discernibile: vederla è tanto difficile quanto lo è leggere la marca dei propri occhiali da sole mentre li si sta indossando. Nonostante questa difficoltà, questa assenza di nitidezza, mi sento comunque di credere che questa frattura esista.
Per quanto distanti tra di loro, gli autori della contemporaneità che ho citato sopra avevano qualcosa che li accomunava: l’indagine sulle condizioni di possibilità. É una chiara eredità post-kantiana che si riscontra in Hegel (È possibile il sapere totale? È possibile infrangere il confine dell’esperienza?); in Marx (È possibile una spiegazione materiale dei fenomeni storici?); in Nietzsche (É possibile l’uomo dell’Avvenire? Una nuova umanità?). E ancora troviamo questa eredità in Heidegger (È possibile un’indagine sull’essere, priva di limitazioni tanto antopologizzanti, quanto scientiste?) e in Wittgenstein (È possibile una comprensione rigorosa del linguaggio, tanto formale, quanto ordinario?).
Stento però a trovare una simile eredità in Vattimo, in Foucault, in Jean-Luc Nancy. É chiaro che questi autori (per citarne solo alcuni) siano tutti, in un modo o nell’altro, pro-nipoti di Kant (lo siamo tutti!). Eppure lo sono in maniera radicalmente diversa rispetto al gruppone di cui sopra. La loro diversità riguarda il rapporto con la Ragione. Ecco. La Ragione è come sparita dal dibattito filosofico. I festival della filosofia, del pensiero, delle idee parlano di natura, fortuna, creatività, partecipazione, globalizzazione e certamente non di soggetto, essere, razionalità.
É sufficiente liquidare il tutto dicendo che è solo moda? Io credo di no.
Credo, anzi, sia una felice idea quella che Jean-Francois Lyotard ebbe nella seconda metà degli anni’70, quando coniò il termine «postmodernità», proprio per indicare l’età in cui ci troviamo.
Stando a quanto Lyotard scrisse nel suo saggio «La condizione postmoderna» redatto su commissione del governo del Quebec, un punto X tra il 1804 e oggi c’è sicuramente stato. La fiducia nella capacità della ragione umana si è infranta e con essa è venuta meno l’idea di una Verità unica e inconfutabile. C’è una palese specificità dell’oggi rispetto al passato più prossimo.
Personalmente – e qui sì che invoco il beneficio del dubbio – credo che la frattura si sia palesata con le due Guerre Mondiali. Ho qualche idea in proposito e credo avrò modo di parlarvene.

Giulio Valerio Sansone

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Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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