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La perdita dell’ “aura” a servizio dell’azione


Un enigma si nasconde sempre dietro ad un’opera d’arte: ne costruisce il senso, unendo i quattro venti dell’esistenza, Reale, Irreale, Tutto e Unità, in un oggetto, consacrato all’occhio di chi lo guarda.
Walter Benjamin introduce l’idea di “aura” di un’opera d’arte, il suo peso “sacrale”, da un lato concettualmente inavvicinabile, dall’altro, nel suo essere rappresentazione di un’ “enigma” condiviso, essa diventa presenza metaforica, immagine di un presente percepibile solo metaforicamente.
Il paradossale ricercare/allontanare la profondità fu l’arma a doppio taglio del pensiero di Benjamin, da un lato vòlto ad una lettura metaforica e sacra del reale, dall’altro cosciente del processo accelerato di secolarizzazione in atto, in procinto di dissolvere l’”aura” di sacralità non solo dall’opera d’arte “formale”, ma anche dall’opera “sostanziale” del mondo, un mondo-tribunale, come direbbe Kafka, di fronte ad un destino come costante processo.

Paul Klee, Angelus Novus
Benjamin non amava creare sistemi quanto piuttosto essere tenuto in vita da dialoghi sintetizzanti, da confronti intellettuali con persone sagge, complete e dotate di senso della vita. Tra questi alcuni interlocutorierano reali, come il suo amico di vita e di idee Theodor Adorno, marxista, musicologo, filosofo della “Scuola di Francoforte”, oppure come Gershom Scholem, teologo e studioso della kabbala e della mistica ebraica, al quale era legato da forti affinità elettive; o ancora il poeta e drammaturgo Bertolt Brecht, dal quale conflitto ebbe origine l’immagine benjaminiana di Franz Kafka come identificazione dell’angelo della storia, (dal dipinto di Paul Klee, L’Angelus Novus): l’angelo malato “che non avanza dialetticamente rivolto al futuro, ma ha il volto rivolto al passato … dove a noi appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe … una tempesta soffia dal paradiso, lo spinge irresistibilmente verso il futuro … a cui volge le spalle”. (dalla Nona tesi di filosofia della storia.)
“Benjamin e Brecht.. il più grande poeta tedesco vivente si è incontrato con il più significativo critico del tempo” (HannahArendt)
Kafka, come anche Proust e Baudelairefurono i suoi “altri”interlocutori, che egli conobbe solo attraverso i testi, con i quali era solito confrontarsi empaticamente sia nella produzione intellettuale che nella vita, e a cui egli donava una parte di sé per riceverne l’altra in cambio: erano le metà mancanti dei suoi scambi dialettici.
Il paradosso della filosofia di Benjamin risiede nella costante tensione verso un innaturale “lavoro materialistico-dialettico”, in seguito all’incontro con il marxismo e con la poesia di Baudelaire, che gli amici giudicarono averlo portato verso una fatale perdita di profondità. Personaggio incoerente, agli occhi dei suoi amici; egli era vittima di “un autoinganno di rara intensità” nel voler perseguire la strada più lontana dalla sua predisposizione naturale.
Egli non era un dialettico e non era un marxista eppure lì si rifugiò.
Adorno definì la sua tendenza letteraria “una rappresentazione statica del movimento”.
“Pensava poeticamente, ma non era né un poeta né un filosofo”, così lo descrive la Arendt; un uomo che viveva il “luogo in cui i deboli e i geni … sono ancora una cosa sola”, così Benjamin parlava di Proust ma in realtà era lui stesso, uomo fragile, duplice, uomo del tutto isolato, sfortunato, sempre nel posto sbagliato.
La vita di Walter Benjamin è lo specchiodel suo pensiero: un’evoluzione non dialettica e non lineare, tra curve di pensiero e crisi esistenziali, un’esistenza profonda in continua lotta col tentativo di fuggire da essa, di fuggire dalla profondità.
“Con la profondità non si và avanti. La profondità è una dimensione a sé, per l’appunto profondità, dove niente viene alla luce.”
La perdita di profondità di Benjamin, parallelamente alla perdita dell’“aura” dell’opera d’arte nella società di massa, analizzata nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936) simboleggiano il cambiamento incontrastabile di un secolo in cui l’attesa “messianica” e “passiva” di un futuro risolutore doveva essere urgentemente sostituita da un’azione, da critica e  chiarezza.
“Pensieri grossolani.. per affermarsi nell’azione” (W.B. e Brecht) sostituiscono in questo secolo l’“aurea” dell’ opera d’arte, l’ “aureola” del poeta.. per salvare il presente di fronte all’attesa di un futuro idealizzato.
“Poc’anzi, mentre attraversavo il boulevard in gran fretta, e saltellavo nella mota, in mezzo a questo mobile caos, dove la morte arriva al galoppo da tutte le parti ad un tempo, la mia aureola, ad un movimento brusco che ho fatto, m’è scivolata giù dalla testa nel fango del selciato. Non ho avuto il coraggio di raccoglierla. Ho giudicato meno sgradevole il perdere la mia insegna che non farmi fracassare le ossa. E poi, ho pensato, non tutto il male vien per nuocere.”
(Perdita dell’aureola, C. Baudelaire)
Costanza Fino

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Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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