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Postmodernità – Parte seconda

Due settimane fa ho introdotto, tra le tematiche affrontate in questa rubrica, la questione della postmodernità. L’articolo si chiudeva con un cenno a Jean-Francois Lyotard. Vorrei tornare brevemente su questo autore e concludere con due parole sul ruolo delle Guerre Mondiali nella periodizzazione della storia della filosofia.

Lyotard scrisse il già citato saggio «La condizione postmoderna» su commissione del governo dello stato canadese del Quebec. Mi affascina molto l’idea che un governo (!) possa avere interesse nel commissionare ad un filosofo un rapporto sullo “stato dell’arte” nel vago e astratto mondo del pensiero. Entrando nel merito, mi affascina anche l’idea che un autore possa individuare le caratteristiche proprie di un’epoca ed esprimere una valutazione sulla loro attualità, quasi erigendosi a giudice globale delle dinamiche filosofiche. É un fatto che da un lato sembra esprimere una grande arroganza, ma che, tuttavia, ha delle legittimità.

Seguiamo il ragionamento di Lyotard.

L’essere umano conosce due tipologie di ragionamento: quello scientifico e quello narrativo. Il primo si caratterizza per la sua verificabilità. Una proposizione scientifica è sempre in grado di fornire evidenza della sua verità. Altrimenti non è scientifico. Punto. Nel caso del sapere di tipo narrativo, tuttavia, questo stato di cose non è ugualmente dato. La legittimità di un asserto narrativo prescinde, infatti, da queste verifiche.

Secondo Lyotard, l’età moderna (in senso lato dal 1492 in poi) è stata caratterizzata dalla presenza di due grandi saperi narrativi, tanto grandi da essere definiti metanarrazioni. La prima metanarrazione è quella illuministica, la quale “raccontava” all’uomo la storia della sua emancipazione dalle tenebre dell’ignoranza verso un futuro di prosperità e “pace perpetua”, per citare Kant.

La seconda metanarrazione è quella dell’idealismo hegeliano, propugnatore di un sistema totale di conoscenze, identico all’autocoscienza dello Spirito Assoluto.

A dire di Lyotard, la modernità si è concluso, cedendo il passo alla postmodernità, quando l’essere umano ha smesso di credere a queste due metanarrazioni, ha smesso di farsi raccontare favole e si è, in una parola, disilluso.

Laddove la modernità predicava l’esistenza di verità assolute, la postmodernità si schiera in favore del pluralismo e del relativismo. Laddove la modernità annunciava il radioso avvenire dell’uomo razionale, la postmodernità ci sbatte in faccia i fallimenti di quest’ultimo.

Ma perché è avvenuto tutto ciò? Qual’è stata la scintilla che ha fatto esplodere tanta disillusione?

Personalmente – e qui parte il mio delirio, il povero Lyotard non è responsabile delle vaccate che sto per propinarvi- vedo nelle due Guerre mondiali il punto di rottura tra moderno e postmoderno. Veniamo così alla conclusione.

La Grande guerra realizzò una vera e propria autofagia, l’auto-annientamento di una cultura secolare per opera di se stessa: la vecchia razionale Europa annichilì se medesima. E addio alla metanarrazione illuministica della pace perpetua.

E poi il colpo di grazia: la Seconda guerra mondiale. Nel corso di quest’ultima il sapere totale (quello della seconda metanarrazione) si pose al servizio del totalitarismo, del dominio delle masse, dell’industria bellica. Senza dare giudizi di valore, tuttavia, non si può non riconoscere una sistematicità (chi ha letto Hegel conosce il valore di questo termine) nelle procedure di sterminio dell’Olocausto, dei Gulag, nelle sperimentazioni precedenti il lancio dell’atomica americana.

La conseguenza di tutto ciò?

La difesa delle minoranze, anzitutto. La stesura di trattati internazionali, costituzioni, perfino di regolamenti didattici volti alla tutela dei diritti della persona e dei più deboli. L’ONU vide la sua genesi in questo contesto.

Ancora: il rifiuto dell’idea di Verità. Hitler e Stalin erano entrambi propugnatori dell’esistenza della Verità Assoluta. A cos’ha portato tutta questa Verità? Allo sterminio. Non è meglio, allora, il relativismo?

Al giorno d’oggi, la postmodernità prescrive l’adozione di singole, piccole verità con la «v» minuscola. Molteplici prospettive che possono così convivere, coesistere senza giungere allo scontro.

Ecco la legittimità del pensiero postmoderno. È una legittimità che, pragmaticamente, non nego. Continuo, tuttavia, a ritenere auspicabile l’esistenza di un fondamento stabile che diriga l’agire umano.

Per citare il mio professore di storia della filosofia contemporanea: «ci sono liberalismi che ammazzano», anche i più tolleranti, pluralisti e – apparentemente – rispettosi dei diritti umani.


Giulio Valerio Sansone


Per chi fosse interessato, segnalo: Georg Sans, Al crocevia della filosofia contemporanea, Roma 2010, pagine 306-316.

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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