Home / Filosofia / La rivoluzione in una canzone

La rivoluzione in una canzone

«Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 

Bagism, Shagism, Dragism, Madism, Ragism, Tagism 

This-ism, that-ism, ism ism ism 
All we are saying is give peace a chance».


1969, durante la guerra del Vietnam, John Lennon e Yoko Ono trasformarono la loro luna di miele in una protesta incantata, un lungo “Bed In” iniziato ad Amsterdam e continuato a Montreal, passando per Vienna e le Bahamas (per una sola notte).
Due settimane di protesta non violenta, che sarà raccontata/cantata nella “ballata di John e Yoko” di Paul McCartney. Giocando con la forza attrattiva della loro immagine, vestiti di bianco, venerei ed esibizionisti, con grande ingegno mediatico portavano avanti una morbida lotta contro il sistema, spedivano ghiande di pace ai politici mondiali, comunicavano con cartelli scritti a penna, tennero una conferenza rinchiusi in un sacco.
Il loro fascino, l’immagine riportata da giornalisti, fotografi e dalla stampa, piacque talmente tanto da invadere apoliticamente i confini della politica.
«Why?» – domandò un giornalista – «..all we are saying is give peace a chance», rispose John. Quella risposta, canticchiata  durante tutta la protesta da John e Yoko, tra cori e chitarre, divenne uno dei motti di quegli anni di guerra e, il primo Giugno del 1969, nella camera 1742 del Queen’s Elisabeth Hotel di Montreal, quella frase divenne una delle canzoni più celebri dei Beatles.

Keny Arkana
La storia di questa canzone, come un albero con i suoi rami ha portato verso diverse direzioni: un ramo per la notorietà della coppia, poi ovviamente congiuntasi con quella dei Beatles stessi; un ramo per la lotta pacifista/anti-governo/anti-violenza/anti-sistema, che portò all’attenzione, seppur davvero minima, dei diretti interessati; un ramo per la potenza dell’immagine simbolica, seppur mediatica perché trasgressiva e non convenzionale, allo stesso tempo portatrice di un messaggio civile chiaro e diretto verso il raggiungimento di un intento. Molti altri sono i rami, ma, tra questi, l’aspetto secondo me più interessante, il tronco di questa storia, è l’utilizzo della propria notorietà a servizio degli altri, non solo di se stessi. Ovviamente, il riscontro sulla loro notorietà fu notevole, come è logico che sia, eppure allo stesso tempo l’apertura verso l’esterno, verso la folla, verso un interlocutore pubblico e  bisognoso di stimoli è l’immagine di un genere di protesta costruttiva, che con il fluidificarsi della globalizzazione e con il moltiplicarsi delle immagini a nostra disposizione, prende 
Zoa
esponenzialmente piede nelle nostre società. La protesta continua e il mondo dei giovani, seppur spesso accusato di inerzia politica, si esprime attraverso la musica e le arti alternative: dall’hip-hop pakistano di Adil Omar alla rapper franco-argentina Keny Arkana, o la street artist russa Zoa, che nei suoi stencil rappresenta donne col megafono “che gridano al popolo russo di svegliarsi”, o ancora, un po’ più spinte, le “femen”, le bionde a petto nudo anti-Putin e pro libertà d’espressione, follemente rivoluzionarie e costantemente arrabbiate. “La democrazia è donna”, gridano contro Putin e contro i potenti, sordi e chiusi nei loro affari; “noi non siamo marionette in mano dei politici e dei banchieri” gridano gli Indignatos spagnoli.
«La rabbia, perchè un giorno l’ingranaggio si romperà,
e la rabbia perchè troppi leggono verità sullo schermo della televisione,
la rabbia perchè questo mondo non ci corrisponde, 
ci nutriamo di falsi sogni per creare i loro muri»
(Keny Arkana, La Rage)

Sono solo pochi nomi di una protesta simbolica, genuina giovane e costante che prosegue negli anni alla ricerca di spazio per esprimersi, lottando contro un tempo che sfugge proporzionalmente all’aumentare dei disordini politici globali sempre nuovi, dalle minacce di guerra termonucleare provenienti dalla Corea del Nord, alle “missioni impossibili” di pace in Medio Oriente. 
Modi estremi di lanciarsi in un’attualità dove lo spazio di azione appare continuamente minacciato dalla burocrazia, dalla censura e ancora, da un controllo foucaultiano delle realtà sociali, nonché dall’inflazione di massa di stereotipi di false certezze.
  
«La causa principale dei problemi
è che al mondo d’oggi gli stupidi sono strasicuri,
mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi»
(Bertrand Russel, The Triumph of Stupidity)

La protesta si moltiplica anche attraverso l’indice crescente di immagini create a rappresentare la lotta contro questi “soliti stereotipi”, con un andamento simile al testo di John Lennon divenuto la canzone-simbolo della forza dei simboli, un collage di nomi conosciuti, simboli e ideologie, ironicamente messi insieme a manifestare la forza della loro unione simbolica come unico mezzo di una generazione per farsi ascoltare.

«Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 
Revolution, Evolution, Masturbation, Flagellation, Regulation, 
Integrations, mediations, United Nations, congratulations 
All we are saying is give peace a chance 
All we are saying is give peace a chance 

Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 
John and Yoko, Timmy Leary, Rosemary, 
Tommy Smothers, Bobby Dylan, Tommy Cooper, 
Derek Taylor, Norman Mailer, Alan Ginsberg, Hare Krishna 
Hare Hare Krishna 
All we are saying is give peace a chance»

Costanza Fino

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

Check Also

Tibet di Costanza Fino

Tibet. Che cosa resta?

Se in molti casi la storia dell’Imperialismo dovette scendere a compromessi con la reazione dei popoli colonizzati, come nel caso del sub continente Indiano, il quale attraverso la protesta politica ha ottenuto l’Indipendenza nel 1947 ed una graduale acquisizione dei diritti democratici, nel caso del Tibet invece la reazione e la protesta popolare non sono bastate a tutelare la propria identità.