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Edilizia sociale: l’architettura che deve adattarsi all’uomo


Restituire identità all’architettura, ma in primo luogo all’uomo che la vive.

Questo è l’obiettivo che dobbiamo porci oggi di fronte ai grandi interventi di edilizia sociale italiana, le case popolari per intenderci.
Nel nostro paese il 4,4 % della superficie totale edificata è rappresentato da alloggi sociali in affitto. Una quantità che, pur essendo esigua se confrontata con quella di Francia (16%), Olanda (36%!) e Svezia (60%!!), non passa di certo inosservata all’occhio anche disattento di chi si lascia alle spalle il centro della città.

Penso in particolare a quelle macrostrutture, grands ensembles le chiamerebbero in Francia, la cui fabbrica ha visto la luce a partire dagli anni 70’ e i cui nomi (Laurentino38, Tor Bella Monaca, Corviale per fare alcuni esempi romani) dovrebbero essere noti a molti, anche solo per sentito dire. Chi di voi ha letto o visto Gomorra sa per esempio cosa intendo per Vele di Scampia di Napoli. Consideratele un esempio calzante per farvi capire il fallimento di un’utopia modernista visionaria, di un’amministrazione inesistente o dannosa, e di un progetto architettonico che fa acqua da tutte le parti, o quasi. 

La tipologia unica e le tecniche di prefabbricazione poco sofisticate e a cattivo comportamento energetico contribuiscono all’identità negativa di queste “occasioni perdute”; gli interventi di riqualificazione sono pressoché nulli, si agisce solo in caso di emergenza o per interessi politici.

Alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione”, diceva Leo Longanesi.

Mi viene in mente un episodio di qualche anno fa relativo all’abbattimento di 3 dei “ponti” del sopra citato L38. Questi 11 fabbricati, sopraelevati rispetto al livello stradale e destinati nell’utopia del progettista Barucci ad accogliere negozi e servizi di prima necessità, erano da tempo occupati illegalmente da chi legalmente una casa non riusciva ad ottenerla, focolai di malavita di quartiere (si racconta addirittura di sparatorie da un ponte all’altro). Il loro abbattimento è stato voluto dalla giunta Veltroni, o meglio: voluto dagli abitanti esasperati, promesso dal candidato sindaco in campagna elettorale e promosso dal comune seguente. Il vero peccato è che alla rapida eliminazione del problema è subentrato poco o niente. Ad eccezione di conferenze e workshop universitari prolifici, non ho ancora sentito parlare di una vera proposta d’intervento che colmi il vuoto lasciato dall’abbattimento ad effetto dei 3 “ponti”.

Restituire identità all’uomo che vive l’architettura, dicevo.

Il concetto è espresso bene da un brutto neologismo inglese: customizzazione, da custom, utente.

A riguardo, Giancarlo De Carlo sosteneva che “l’architettura deve adattarsi agli uomini e non il contrario”. Questa frase vuole contrapporsi al concetto che per anni è stato considerato legge, a cui i progetti sopra citati facevano riferimento, ovvero quello de “la casa come macchina dell’abitare”. Il ben noto pensiero modernista, dell’uomo standardizzato, omologato, misurato con un “modulor” universale, ridotto ad entità meccanica è ormai superato; non più un’unica soluzione perfetta per tutti, sempre identica e ripetuta ossessivamente dall’esterno. Non più un uomo privato degli aspetti emotivi, della sua necessità di essere individuo.

De Carlo, tra i fondatori del Team X, prima vera rottura con il Movimento Moderno, nel Villaggio Matteotti di Terni progettò ad esempio, e non senza il diretto contributo dei futuri abitanti tramite mostre e riunioni, un quartiere variegato in tipologia e qualità spaziale.

                 Le Corbusier 1942. piano regolatore di Algeri

Dunque per stare dalla parte dell’abitante, è sulla differenziazioneche bisogna puntare.

Le graduatorie di assegnazione dell’ATER (Azienda Territoriale Edilizia Residenziale), si basano sul principio del bisogno come categoria prevalente. In sostanza, più sei “in difficoltà” e più hai diritto a una casa. Questo approccio risponde a esigenze di giustizia sociale come è giusto che sia ma induce anche a una serie di critiche; la concentrazione di persone in condizioni di forte disagio alimenta l’effetto ghetto già enfatizzato dall’inaccessibilità e lontananza del quartiere. Per fare un esempio, i primi insediamenti del L38, inaccessibile oggi figuriamoci nel 75’, furono conseguenza dello sfollamento di un palazzo occupato illegalmente in via Cavour; il disagio non fu risolto ma fu spostato in periferia, lontano da tutti, ma vicino a quelle 35 mila persone che di lì a poco avrebbero ottenuto la loro agognata casa ai “ponti”.

La società di oggi si fa sempre più variegata (single, anziani con badanti, studenti, artisti, giovani coppie, extracomunitari), come può non esserlo anche la casa che verrà loro assegnata?

Insomma, il mix sociale o differenziazione che dir si voglia è il mezzo grazie al quale si combatte la segregazione, figlia di quell’autosufficienza di quartiere, auspicata dai progettisti e mai raggiunta.

A tal proposito è utile parlare di coefficiente di affollamento, ovvero il rapporto tra il flusso di entrata e quello di uscita del quartiere. In molti casi questo rapporto è minore di 1, con il risultato di un “quartiere dormitorio”, che si vede ogni mattina abbandonato da chi lavora e studia lontano.

Per accogliere nuova utenza dall’esterno dobbiamo in primis ripensare gli edifici esistenti, contraddistinti da copertura piana e in molti casi dal piano pilotis. Quest’ultimo andrebbe convertito e destinato ad alloggi per anziani o disabili, ad attività commerciali, uffici o a luoghi comunitari nei quali gli abitanti si riconoscano. La copertura inoltre potrebbe essere sopraelevata con nuove strutture leggere (optoppen in danese), e assegnata a un’utenza giovane che non fatichi a fare un piano di scale in più senza ascensore.

Capire insomma quale architettura si adatti meglio a un determinato tipo di utenza.

Una parte del Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera ad esempio è oggi uno studentato; quello di Roma, di tutt’altra tipologia, dopo esser stato destinato per 50 anni ad alloggi sociali, si sta purtroppo vendendo poco a poco ai privati.

Gli edifici esistenti che ho descritto acquistano identità anche grazie alla nuova architettura che dovrà confrontarsi con essi e inserirsi in quegli spazi trascurati, quegli interstizi estesissimi che caratterizzano il vecchio tessuto. Ancora una volta la parola magica è differenziazione:

Come prima cosa favorendo la compresenza tipologica. Chi ha detto che palazzine residenziali a corte non possano convivere con case a schiera a un piano o con villini monofamiliari a due piani? Le soluzioni adottate negli anni 70’ miravano a costruire più rapidamente possibile per far fronte all’emergenza-casa dovuta all’incremento demografico e al dilagare della periferia informale (tanto crudamente descritta da Pasolini). I nuovi interventi devono perimetrare, consolidare, densificare con nuove tipologie a bassa densità abitativa. L’intervento di qualche anno fa di S. Cordeschi a Tor Bella Monaca ne è un esempio.

Di non meno importanza è l’alterazione tipologica. Ci tengo a citare due casi interessanti, “stranamente” non italiani: L. Kroll in Belgio e S. Forster in Germania. Entrambi partono da un edificio esistente e ne stravolgono la tipologia in linea, entrambi con operazioni di sottrazione e poi addizione. Il primo modella la sommità dell’edificio passando da un tetto piano a coperture a falda. Il secondo demolisce i corpi scala dispari e aggiunge nuovi balconi tramite tiranti. Basta guardare le foto del prima/dopo per capire dov’è l’alterazione.

     
S. Forster 1999-03. Physiker Quartier

L. Kroll 1990-94. 60 dwellings Montbélird-Béthoncourt
E’ dunque da quel 4,4 % di alloggi sociali che dobbiamo ripartire. Ottenere da quello che altri hanno costruito prima di noi degli organismi edilizi, differenziati in utenza e tipologia, portatori di un’identità individuale propria.

Un’identità, e qui cito ancora il mio amato De Carlo, contestato nell’ultimo CIAM per le finestre ovali e per il tetto a falda di alcuni suoi progetti, basata sullo studio di nuove forme dell’abitare, senza abbandonare il rapporto con il contesto e con la storia, ma al contrario imparando da questi.

Assia Carpano

 

 

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