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L’uomo sul filo

L’equilibrio del Dr Faustus (di T.  Mann) VS Philippe Petit (il funambolo)

       Se cerchiamo nella Garzantina di Filosofia (piccola enciclopedia tematica del sapere), la parola equilibrio non c’è. Ed è strano. L’equilibrio e la ricerca di questo sono lo scopo primario delle scienze applicate, che esse siano applicate al microcosmo/uomo o al macrocosmo/mondo. La ricerca dell’equilibrio è il fine costante, e insieme ad esso le sue eccezioni; equilibrio dinamico, termodinamico, chimico, statico, biologico, ecologico, economico, fisico, psicanalitico: tutto è potenzialmente in equilibrio, eppure quasi tutto in atto non lo è.

Nel Fedro di Platone l’anima razionale intellettiva (la ragione) è rappresentata come un auriga che guida due cavalli su una biga alata: il primo cavallo rappresenta l’anima con sentimenti di “thymeides”, spiritualità, è rivolto verso l’Iperuranio ed è bianco, mentre l’altro, turbato ed eccitato dal mondo sensibile è nero e rappresenta la parte dell’anima che brama il sensibile, con sentimenti di “epithymetikòn”. La biga oscilla, cercando di mantenere l’equilibrio, non muovendosi autonomamente ma solamente cercando di guidare i due cavalli, con lo scopo di dirigersi metafisicamente verso l’Iperuranio per contemplarne le idee e ritardando il più possibile il destino della reincarnazione. È la teoria platonica sulla Reminescenza dell’anima, secondo la quale l’anima durante la reincarnazione conserverebbe ricordi del passato, che la distraerebbero dal volo verso l’alto, verso l’Iperuranio; è anche teoria dell’uomo sempre in bilico tra il passato e il futuro, la passività e l’azione, la spiritualità e sensi, una parte del doppio e l’altra: è la continua ricerca di equilibrio la costante dell’uomo.

 Eppure l’inappagamento di questo controllo è il dramma dell’uomo moderno, l’uomo che non riesce a camminare in equilibrio sul filo dell’esistenza.

Il “Doctor Faustus”, “romanzo mascherato da biografia” scritto da Thomas Mann durante la crisi tedesca tra le due guerre mondiali, è l’emblema del degenerarsi dell’equilibrio tra le due metà della ragione, quella domabile e quella indomabile. 

Già nella figura di A. Leverkuhn, giovane irrequieto e geniale tra i primi personaggi letterari ad incarnare la figura letteraria del genio artistico, raccontata dal suo amico e alter-ego Serenus, colui che “sereno” ne ha osservato e descritto dall’esterno la vita e i turbamenti, sono incarnate figure contrastanti e duplici: da Arthur Schonberg, l’inventore della dodecafonia, alle teorie musicali di Theodor Adorno, alla filosofia di Goethe, alla personalità “perennemente insoddisfatta” e in perenne stato di lotta e conflitto di Nietzsche, ancora a Wagner e Schopenauer, che nella “Nascita della Tragedia” rappresentavano i due simboli della rivoluzione culturale auspicata dagli intellettuali dell’epoca (poi decadendo agli occhi dell’autore), infine alla Germania stessa e al disagio psichico di massa.

Una tale densità di sentimenti ricrea un personaggio immaginario ma realista, insieme geniale e diabolico, creativo e distruttivo: una mente, nel profondo, irrimediabilmente duplice. A. sembra autoimporsi metodo e disciplina, nell’approccio “freddo” allo studio di diversi strumenti, nell’interesse dovuto a “orgoglio e superbia” per la teologia.

Da un lato l’indifferenza nelle azioni e la tensione verso la solitudine, dall’altro il genio che lo porterà alla malattia, sottendono un desiderio profondo di conoscere l’altro lato dell’esistenza, la seconda metà del doppio sé: che si scoprirà essere la metà diabolica.

La musica dodecafonica scavalca il periodo compositivo da Bach a Beethoven diventando espressione della potenziale illimitata combinabilità del mondo: perde ogni limite, dove il limite è quello interno della ragione. Così la musica diventa anch’essa illusione, diventa immagine della sintesi del doppio, dove il doppio in realtà non ha risoluzione, non avendo alcun limite, non potendo mantenere mai in sé un equilibrio.

Il contatto diretto di A. col diabolico, tra ambiguità, insoddisfazione e solitudine, avverrà nel racconto attraverso il patto col diavolo e durante l’incontro con la prostituta malata, conseguenze della necessità di colmare quella metà non conosciuta del proprio doppio per raggiungere una sintesi dialettica dell’Io.

Serenus, tra ammirazione, paura e senso del sublime, ricollega il sentimento di A. al suo incontro con il mondo della musica inarticolata e senza confini, che già Platone aveva accusato (insieme alla poesia) di allontanare l’uomo dalla ragione dandogli accesso a un mondo senza confini e senza spiegazioni.

Ma il senso della civiltà è proprio quello di deviare il dionisiaco verso la vita e creare una sintesi apollinea, come continuerà Hegel nella sua Filosofia della Storia, oltrepassando quell’atteggiamento “sterile” di lotta per il mantenimento di entrambi le parti del doppio, sia in A. che, metaforicamente, nel popolo tedesco.

il cavallo nero dev’essere domato perché la biga continui a salire in cielo, in equilibrio, giungendo a contemplare le idee nell’Iperuranio.

Nel rapportarsi dei due giovani, al contrario, si viene a creare una forma di contrasto risolvibile, un “doppio esterno” all’Io individuale, dove l’equilibrio tra la figura stabile e raziocinante di Serenus e quella agitata e geniale di A. verrà raggiunto alla fine del romanzo, attraverso la risoluzione dialettica del loro rapporto: l’indipendenza di ciascuno.
Il punto di vista di Serenus, si costruisce in opposizione alle vicende vissute dal giovane A., portando gradualmente ad una sintesi “altra” da parte di entrambi, ad una sintesi a cui le vicende stesse nel finale porteranno: il distacco. Il distacco come sintesi, come forma stessa di un possibile equilibrio, vince sulle storie dei singoli individui, che separandosi dovranno fare i conti con la vera interiore ricerca di equilibrio. 

Come Philippe Petit, “the man on wire”, il funambolo che passeggiava sui fili, da una torre gemella all’altra, da una torre di Notre Dame all’altra, da una parte del doppio all’altra sempre mantenendo l’equilibrio, e a guardarlo dalla strada c’era solo la moglie, mentre gli altri se ne accorgevano tempo dopo. Cosa voleva dimostrare Petit? Più che forma di esibizionismo o di sfida, per Petit passeggiare su un filo di metallo è stato il modo di esprimere il bisogno di mantenere il senso di equilibrio, o quantomeno di lasciarne un’immagine, com’ è raccontato nella sua autobiografia: oltre al divertimento vi era l’intento di portare un messaggio alla propria anima e a quella degli altri, di dirgli “attenta, mantieni sempre l’equilibrio!” .

 A. rappresenta il simbolo dell’eterna irrisoluzione della duplicità dell’anima, Petit ne mostra quei lati che se educati portano là dove si vuole arrivare, dove l’arte e l’esercizio, cominciando a lavorare controcorrente rispetto al flusso creativo dionisiaco, agiscono invece aiutando la ragione a mantenere il proprio baricentro alato.
Costanza Fino

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Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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