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Beautiful confessions of the priest

Premessa necessaria: penso che Paolo Sorrentino sia un regista molto sopravvalutato. Il suo film americano è probabilmente uno dei più grossi cumuli di merda che mi sia mai capitato di vedere, e quando ho sentito che il suo nuovo lavoro sarebbe stato in qualche modo una rivisitazione de La dolce vita -un altro film che, per usare un eufemismo, non amo- mi ero già ampiamente preparato al peggio.

Durante i primi minuti de La grande bellezza tutti i miei pregiudizi si materializzavano così precisamente che mi sembrava di star venendo personalmente provocato dal regista. La rappresentazione grottesca e pseudo-felliniana di una festa di compleanno burina a Via Veneto, realizzata con un montaggio musicale di gente brutta in pose brutte, bruttamente inquadrata, rappresenta tutto il peggio del cinema di Sorrentino, un regista che non potrebbe produrre un’immagine bella nemmeno se dovesse servire a salvargli la vita, e con una disgustosa tendenza a sparare sulla croce rossa.
Con la scusa dell’exposè delle brutture della società italiana, il cinema italiano è diventato esso stesso osceno, privo di empatia e incapace di connetere col pubblico; Sorrentino è uno dei massimi responsabili di questa tendenza nel panorama contemporaneo, e La grande bellezza non fa passi avanti sotto questo punto di vista. Il film è, fotograficamente parlando, “di una bruttezza indiscutibile” e se drammaticamente è ben lungi dall’essere il disastro che era This must be the place -anzi, la sceneggiatura è probabilmente l’aspetto migliore- resta il fatto che gli sprazzi di bellezza a cui Toni Servillo ci rivela di appigliarsi verso la fine del film mancano totalmente all’appello di questa pellicola, e non possiamo continuare a farci prendere per il culo dalle mossette pseudo-auteuriali del regista partenopeo.

La grande bellezza quindi si risolve fondamentalmente in un caleidoscopio di macchiette e caricature viste attraverso gli occhi del protagonista, il solito depravato Sorrentiniano che si eleva al di sopra della massa damnatorum dei comprimari per la consapevolezza che dimostra di avere riguardo la situazione disperata sua e degli altri, miserabile premio di consolazione che genera un mal dissimulato orgoglio, a onor del vero più nell’istanza narrativa che nel personaggio di Gep.
La prospettiva, dichiaratamente voyeuristica e interna al miserabile ambiente che il film descrive, conduce a una politica dell’abbandono a qualsiasi stereotipo, dal prete mangione al libero professionista puttaniere, passando per l’intelletuale irrilevante e la soubrette cocainomane, personaggi che non hanno nulla da dire e nulla da fare se non suscitare la pietà di Servillo, di Sorrentino e dello spettatore.
La differenza tra l’osservare o il rendere conto e lo sguazzare nella miseria psicofisica dei personaggi del film sfugge completamente al regista che lascia che questa miseria si allarghi al film nel suo complesso, senza gestirla, incanalarla o plasmarla in alcun modo, contravvenendo così alla perla di saggezza che proprio uno dei suoi personaggi tanto gravemente ci regala in uno dei momenti più assurdi e crudeli del film.
Il punto su cui La grande bellezza si salva è la piacevolezza del ritmo e della progressione della vicenda, che si spalma sulle oltre due ore di durata in maniera omogenea nonostante la consecutio logico-temporale tra le varie scene non sia la più ferrea che possiate immaginare (non che la cosa sia di per sè un problema).

Nel complesso, e per quanto mi riguarda, l’imperatore continua ad essere nudo, magari con un perizomino in più rispetto all’ultima uscita, ma la vista resta poco piacevole.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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