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Random Access Memory: prime impressioni sul nuovo disco dei Daft Punk


Se c’era qualcosa che speravo di commentare in questa vita è l’uscita di un nuovo disco dei Daft Punk.

Il duo francese formato da Thomas Bangalter e Guy Manuel de Homem-Christo è indubbiamente l’ensemble di musica elettronica più influente e famoso degli ultimi vent’anni: i fan del gruppo spaziano dall’appassionato di elettronica al casuale  fruitore di materiale radiofonico, passando per il rocchettaro incallito e il music geek. Tutto questo perché i Daft Punk sono riusciti a creare una formula variabile ma estremamente attenta all’orecchiabilità pop, all’impeto house e alla ballabilità, che prende in prestito elementi da hip hop, funk e disco.

Random Access Memory, inaspettato e febbrilmente atteso, ha portato il duo all’ennesimo successo commerciale, come dimostrano le chart questa settimana. Nonostante il successo commerciale il disco ha diviso e ancora divide gli appassionati, che collezionano ascolti su ascolti, cambiando costantemente prospettiva e dando valutazioni antitetiche. Anche il singolo, la già celeberrima Get Lucky, aveva creato più di qualche divisione tra i fan più interessati. Quel ritornello incessante e quel giretto disco-funk ripetuto all’infinito, per quanto fosse (e sia in effetti) dannatamente catchy, evidentemente rilevava una mancanza di idee, o magari una scientifica decisione volta all’elogio del singolo attraverso la estenuante ripetizione del ritornello.

Quindi l’uscita del disco – otto anni dopo Human After All – era stata già anticipata da un brano suscettibile di più di qualche critica. Ma in fondo non importava poi molto a nessuno: stava uscendo il nuovo disco dei Daft Punk, per di più con una marea di ospiti, ci sarebbe stato da divertirsi.

Ecco, a dieci giorni dall’uscita (ufficiale) dell’album posso dire senza timore che Random Access Memory è un album deludente. Premesso che vista la portata emotiva dell’album riservo sempre di ricredermi, non riesco a non pensare che questa nuova uscita sia debole nei contenuti e sostanzialmente priva di idee degne di nota. Nascosto sotto una coltre di ospitucoli e dietro dei suoni che non esito a definire fantastici, i Daft Punk buttano nella mischia, anzi sul dance-floor, tredici brani che potrebbero facilmente riassumere quarant’anni di disco-music, cosa che di per sé sarebbe anche un merito se non fosse che qualitativamente l’album ha ben poco da offrirci. Sì, perché se oggettivamente una opener come Give Life Back to Music‘ che si avvale del chitarrista e produttore Nile Rodgers, è un eccellente impatto iniziale per l’album, non ci si aspetta poi che metà del disco non sia altro che una rivisitazione ben poco fantasiosa del materiale più noto della disco music. Va bene che la nostra generazione ha poca memoria, ma tutti possono riconoscere in questo disco l’impronta degli Chic (non a caso Nile Rodgers ne era il chitarrista), degli Earth Wind and Fire e del Prince più dedito al dance-floor. E questo non sarebbe neanche un problema se i Daft Punk avessero mantenuto la loro enorme capacità di mescolare alla grande tutto l’arsenale di influenze a loro disposizione – in fondo anche ‘Discovery’ altro non è che collage mezzafiato (concedetemi il paragone, ovviamente ‘Discovery’ è molto, molto di più di un collage).

Ovviamente quando i geni sbagliano difficilmente riescono a fare male come i normodotati, e proprio in questo senso si inserisce un pezzo come Giorgio by Moroder, perfetto tributo a uno dei padri putativi dei due francesi. La musica dei Daft Punk fa da commento alle parole di Moroder fino a chiudersi in un erudito elogio nei confronti dell’artista italiano, prova dell’indiscutibile talento dei due musicisti francesi. Un vero peccato che il brano sia l’unico a raggiungere tale spessore all’interno dell’album. Certo non mancano pezzi di livello, come ad esempio lnstant Crush con Julian Casablancas, Lose Yourself to Dance, a mio parere la migliore di quelle che ricalcano il modello disco-dance, o Contact, eccellente chiusura dell’album.


Insomma tanti ospiti, tanto minutaggio, tanta attesa per un disco che definire ‘brutto’ sarebbe un reato, ma che in me non suscita alcun entusiasmo.  Sperando che il prossimo Alive rinnovi l’interesse in ognuno di questi pezzi, rimango in attesa di cambiare idea.

Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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