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Una logica per l’arte?

È possibile applicare la logica all’arte? Oggi vi propongo questa pippa mentale. [Fuggite!].
Abbiamo incontrato già altre volte il termine «deduzione». Vi do una rinfrescata: è un ragionamento che applica una legge generale ad un caso particolare. Esempio: l’articolo 146 comma III del codice della strada impone il divieto di attraversare un incrocio con il semaforo rosso. Questa è la legge generale. Ipotizziamo che zio Gino passi col rosso. Bene. Abbiamo il caso particolare. Ipotizziamo ancora che, appostato dietro un cespuglio, un solerte vigile della polizia municipale abbia notato l’infrazione di zio Gino: applicherà la legge al caso e dedurrà che è stata commessa un’infrazione.

Ci chiediamo noi, è possibile un simile comportamento (quello del vigile, non di zio Gino) davanti ad un’opera d’arte? In linea di principio sembrerebbe di sì. Di certo esisterà in una qualche  polverosa enciclopedia una definizione di opera d’arte. Questa potrà essere applicata a singoli oggetti (una mazza da golf, la Pietà Rondanini, uno spray anti-zanzara) per dedurre che la mazza da golf e lo spray anti-zanzara non siano opere d’arte, la Pietà Rondanini sì1.

Qui però si presentano due grossi problemi:
  1. Siamo certi che la nostra polverosa enciclopedia contenga una definizione di opera d’arte? Detto altrimenti, siamo certi che esista un’unica definizione di opera arte? No. Croce parla di «intuizioni liriche», Clive Bell di «intuizioni significanti», Hegel di manifestazioni sensibili dello Spirito… C’è da uscirne pazzi. Insomma. Manca la legge generale.
  2. Anche se la legge generale esistesse, siamo certi che sia legittimo mettersi a dare deduzioni davanti alla Pietà Rondanini? Forse un’opera d’arte più che essere dedotta andrebbe goduta… Forse arte e logica appartengono a due mondi diversi, l’una dovrebbe lasciare in pace l’altra.
È di questo avviso Ludwig Wittgenstein. Ora, Wittgenstein, oltre ad essere un vecchio amico di questa rubrica2, è anche una sorta di papà proprio di quei filosofi che vorrebbero fare delle deduzioni in mezzo al Louvre. Immaginate lo sconcerto di questi figlioletti quando si resero conto che papà, nel suo Tractatus Logico-Philosophicus  aveva negato la possibilità di applicare la logica in campo etico ed estetico, confermando quanto abbiamo detto al punto (2). Drammone.
Ora, la nostra storiella potrebbe finire qui. Abbiamo risposto alla nostra domanda iniziale: no, non è possibile applicare la logica all’arte. Vi tengo impegnati ancora qualche minuto perché, come in ogni famiglia che si rispetti, c’è sempre il cacchio di figlio ribelle che no, papà proprio non lo vuole ascoltare: George Dickie.
Dickie ritiene che un atteggiamento deduttivo che consenta di distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è sia ancora possibile. Attenzione però, la legge da cui operare la deduzione deve essere meramente classificatoria e deve esimersi dal fare valutazioni circa l’opera. Perché? Perché Wittgenstein, per spiegare la sua posizione, aveva detto che di arte (ed etica) si può mostrare la verità, ma non se ne può parlare con rigore logico.
Bene, quel furbastro di Dickie pensò: se riuscissi ad elaborare una definizione di opera d’arte che sia classificatoria (mostra come stanno le cose) ma non valutativa (non dice come dovrebbero essere) avrei salvato capra e cavoli. Potrei fare tutte le deduzioni che voglio (yeeee) e non contravverrei al divieto di Wittgenstein.
Vediamo allora la definizione di Dickie:
L’oggetto x è un’opera d’arte qualora:
(I) x sia un artefatto,
(II) x abbia lo status di candidato all’apprezzamento da parte del mondo dell’arte (l’insieme di istituzioni  quali musei, riviste specializzate, curatori, galleristi, critici, storici, etc.).
Forte no? Peccato che sia una supercazzola. Dickie è un gran paragnosta, ci fa credere che la sua definizione sia avalutativa, ma guardate bene… nascoste ben bene troviamo tre paroline: «candidato-all’-apprezzamento». Cos’è un «apprezzamento» se non l’espressione di una valutazione? Daje Dickie, c’avevi quasi fregati!


PoliNietzsche – Giulio Valerio Sansone

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[1] Questo atteggiamento è tipico di un certo modo di vedere la filosofia – detto analitico – che ha fatto scuola nei paesi di lingua inglese. Lo confesso: vado matto per questo approccio. Purtroppo 9 volte su 10 non mi trova d’accordo. «Amo et odi», diceva qualcuno.
[2] Vedi articoli: qui, qui e qui
[3] Per chi fosse interessato: D’Angelo, P., Estetica, Roma-Bari 2011.

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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