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Einstein e Tagore: pensiero verticale

Cosa succede quando il fisico-filosofo occidentale più noto al mondo s’incontra con il poeta-filosofo orientale più amato dell’India? 
               
L’uccello prigioniero nella gabbia
l’uccello libero nella foresta:
quando venne il tempo si incontrarono,
così volle il destino.
L’uccello libero grida al compagno:
“amore, voliamo via nel bosco!”
L’uccello prigioniero gli sussurra:
“Vieni, viviamo insieme nella gabbia”.
Dice l’uccello libero: “tra le sbarre,
dove c’è spazio per stender l’ali?”
“Ahimè” grida l’uccello nella gabbia,
“non saprei dove poggiarmi, in cielo”.

Rabindranah Tagore

Si incontrarono a Caputh, poco fuori Berlino, nella villa di campagna detta “dei premi Nobel”, dove Einstein era solito invitare letterati, filosofi, scienziati e amici da tutto il mondo; in questo caso fu un loro amico comune, il Dottor Mendel, a farli conoscere. Ogni invitato doveva lasciare due versi nel “libro degli ospiti”, una regola che soltanto Tagore riuscì a violare. perché Tagore era il poeta dalle mille parole, dai mille pensieri e dalle mille azione, e quei due versetti non gli sarebbero potuti bastare per racchiudere un’immagine di sé infinita quanto lui.
Quello che si dissero quel giorno fu poi pubblicato nel 1931, in “The Religion of man”, una raccolta di estratti filosofici riguardanti l’uomo, Dio e la spiritualità. (la conversazione è nell’appendice: “Note on the Nature of Reality”).
Avendo visto più volte le foto in cui sono ritratti insieme, mi sono ripromessa di cercarne la storia.  Ed ecco qui Tagore, il poeta dell’anima, l’uomo che si esprimeva in tutte le forme artistiche, il simbolo vivente dell’India post-coloniale, il “creatore della nuova India”, figura venerata quanto gli dèi dai bengalesi calcuttini; e fu altrettanto amato in Occidente dove, esattamente un secolo fa, ricevette il premio Nobel per la letteratura, il primo non occidentale della storia.
Di fronte a Tagore, Albert Einstein, il teorico rivoluzionario della Relatività Ristretta e  Generale, anche lui Nobel per la fisica nel 1921; l’originalità delle sue teorie scientifiche, il suo interesse filosofico e la vasta cultura, lo resero una figura-simbolo di libertà, progresso e intelligenza, sia per la società tedesca pre-hitleriana sia per le società a venire.
A questo punto chiediamoci: cosa dice il genio X al genio Y, un premio Nobel X ad un premio Nobel Y, un fisico ad un poeta, Einstein a Tagore? 
Quell’apparente diversità di argomenti e di origini è in realtà un’unità che trasforma i due pensieri nelle due facce di una stessa medaglia, la cui consistenza è comune ed è fatta di intelligenza pratica, di “amore per la sapienza” (filosofia) e di cultura.
Durante quell’incontro parlano di causalità e casualità, musica e totalità, limiti e libertà, parlano delle contraddizioni dell’essere umano che essi stessi tra loro integrano, e ciò che in questa dialettica li lega maggiormente è il saper vedere l’ordine in relazione alla condizione di libertà, il saper concepire un “sistema” in grado di affacciarsi sull’infinito, rimanendone incontaminato. È forse questa la condizione del filosofo che giunto a conoscere la molteplicità dei sistemi filosofici diventa in grado di utilizzarne le strutture, mantenendo tuttavia la propria indipendenza di pensiero? Non solo. È anche la condizione di colui che comprende di dover vivere in un “sistema ordinato”, all’interno di limiti da lui stesso creati – secondo un’accezione più kantiana -, per poter vivere libertà, o semplicemente per poter vivere. I punti di riferimento del pensiero filosofico di Einstein furono Spinoza, per il quale il cosmo, secondo la concezione olistica dell’universo, è un “tutto ordinato” mosso da leggi create da un’entità impersonale, e Schopenhauer, che con la sua visione pessimistica e relativistica della vita, trova nell’ordine interno, nella Volontà, l’unica via di uscita dalla routine dei desideri insoddisfatti e dal dolore, dall’alternarsi di noia e dolore, entrambi filosofi del contrasto, tra ordine e infinito, tra “le sbarre, dove c’è spazio per stender le ali”, e il cielo.
 Due geni che, pur avendo vissuto in emisferi opposti del pianeta, e avendo applicato le loro teorie ad ambiti del reale totalmente differenti, hanno vissuto ed espresso nella loro “arte” e “scienza” una comune percezione del contrasto vissuto dall’uomo, un sentimento che attraversa diagonalmente luoghi non definiti di incontro tra la filosofia occidentale e la spiritualità orientale.
Riporto alcune righe da un estratto della conversazione tra Tagore e Einstein dalla II appendice di “La religione dell’uomo” (R. Tagore. 1998, SE)
Einstein: I fatti che sbilanciano la scienza verso questo punto di vista non escludono la causalità. Si può cercare di capire l’ordine su un piano più alto. L’ordine c’è, là dove i grandi elementi si combinano e guidano l’esistenza, ma cercando negli elementi più minuti questo ordine non è percettibile.
Tagore: Eppure il principio di dualità si trova nel profondo dell’esistenza: la contraddizione degli impulsi liberi e della volontà direttiva che opera su essi e sviluppa uno schema ordinato delle cose.
E: La fisica moderna non definirebbe che sono contraddittorii. Da lontano, le nuvole sembrano compatte, ma se le si osserva da vicino si rivelano come disordinate gocce di acqua.
T: Trovo una correlazione nella psicologia umana. I nostri desideri e le nostre passioni sono senza regole, ma la nostra personalità soggioga questi elementi in un tutt’uno armonioso. Nel mondo fisico accade qualcosa di simile? Gli elementi sono riottosi, dinamici di impulsi individuali? Ed esiste un principio in fisica che li domina e li organizza con precisione?
E: Anche gli elementi non sono senza ordine statistico; particelle di radio manterranno sempre il proprio ordine specifico, ora e per sempre, esattamente come hanno fatto in precedenza. C’è, quindi, un ordine statistico negli elementi.
T: Altrimenti l’esistenza sarebbe troppo casuale. È l’armonia costante della probabilità e della determinazione che la rende eternamente nuova e viva.
E: Credo che ogni cosa che facciamo o per cui viviamo abbia la sua parte di causalità; non poterla comprendere è, comunque, una buona cosa.
T: Anche nelle faccende umane si trova un elemento di elasticità, un po’ di libertà all’interno di un piccolo spettro che serve all’espressione della nostra personalità. È come il sistema musicale indiano che non è così rigidamente regolato come quello occidentale. I nostri compositori hanno una certa linea guida, un sistema di melodie e arrangiamenti ritmici, ed entro certi limiti il musicista può improvvisare su di esso. Deve diventare una sola cosa con le leggi di quella specifica melodia, e allora può esprimere spontaneamente il proprio sentire musicale restando all’interno dei limiti prestabiliti. Noi apprezziamo il compositore per il suo genio nel creare un fondamento insieme a una sovrastruttura di melodie, ma ci aspettiamo dal musicista l’abilità di far fiorire e di ornare la melodia. Nel creare seguiamo la legge centrale dell’esistenza, ma se non ci separiamo del tutto da essa, possiamo avere libertà sufficiente, entro i limiti della nostra personalità, per la più completa espressione di noi stessi.
PoliNietzsche – Costanza Fino






About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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