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I know I can’t be late, supper’s waiting on the table

Sono un fan di Judd Apatow. Mi piacciono i film che ha diretto, mi piacciono i film che ha scritto e prodotto e mi piace lo stile di commedia che ha imposto al botteghino americano e in parte anche qui da noi.
Il suo ultimo film da regista, Funny People, era stato una grossa delusione e, complice il rallentato ritmo con cui compaiono film a lui associati negli ultimi anni -quantomeno se lo paragoniamo alla vera e propria inondazione a cui abbiamo assistito nella seconda metà della scorsa decade-, era un po’ che non mi capitava di passare una serata in compagnia di Seth Rogen, Paul Rudd e compagnia bella.
L’occasione si è presentata con This is 40, spin-off di Knocked Up che in Italia uscirà a luglio e che riporta Apatow dietro la macchina da presa e indaffarato con i suoi soliti personaggi, stavolta un po’ più avanti con gli anni come il titolo lascia intuire. I protagonisti del film sono Debbie e Pete, personaggi di cui avevamo fatto la conoscenza nel film del 2007 e che ritroviamo ora a fare i conti con i problemi legati alla gestione della famigliola e delle responsabilità derivate.
Rispetto alla maggior parte delle pellicole in cui è coinvolto con mansioni varie ed eventuali, i film di cui Apatow è regista tendono ad essere più lunghi, sentimentali e nonostante la patina di battute scatologiche, personali. This is 40 non fa eccezione e se siete del partito che pensa al produttore americano come ad un ricco bambinone che non ha altro da fare se non ricamare sui suoi first world problems non sarà questo suo ultimo lavoro a farvi cambiare idea. Non che il punto di vista sia del tutto incomprensibile: definire questo film un peso piuma è un eufemismo, e se pure alla fine della fiera la cosa contribuisce alla riuscita, resta il fatto che This is 40 parla di borghesotti che non sanno dove sbattere la testa per ammazzare il tempo, e capisco che la cosa possa turbare.
Ciò detto il film funziona per l’aleggiante ma nettissima sensazione che ad attori e sceneggiatore non fregasse granchè di mantenere quel basilare livello di compostezza cinematografica che anche i più beceri specchietti per le allodole da botteghino tendono a conservare, specie quando si parla di produzioni comunque di una certa magnitudo se non altro economica. Molti dei dialoghi sembrano improvvisati, le conversazioni spesso e volentieri vagano senza meta e vengono interrotte in punti arbitrari, e questa patina di casualità fornisce un inaspettato ma efficacissimo contrappeso alla parata di buoni sentimenti che avrebbe altrimenti potuto prendere il sopravvento. Lo humor non si eleva mai al di sopra di quello che ci si può aspettare da un film del buon Judd, e nonostante delle fantastiche prove attoriali di supporto -clamorosi i consuoceri Albert Brooks e John Lithgow- non si ha mai l’impressione di stare guardando un film che ce la sta facendo; in effetti sembra che nessuno pensi che ce la possa fare, e l’abbandono che consegue a questa realizzazione finisce col risultare a dir poco catartico.
Per fare un esempio la polarità piuttosto stereotipica che viene stabilita tra i tratti femminili di Debbie e quelli maschili di Pete potrebbe legittimamente rappresentare un problema per lo spettatore. Ho aggirato l’ostacolo leggendoci una probabilmente forzatissima allegoria della polarità tra due lati del carattere di una stessa persona, che peraltro sarebbe una riflessione del tutto estrinseca dall’orizzonte del film, ma che mi ha aiutato a fregarmene di un lato criticabile di esso, seppure pagando il non piccolo prezzo di non poter mai più menzionare il nome di Bergman senza provare un incontrollato senso di vergogna.
This is 40 funziona un po’ così, per scorciatoie che non sono davvero tali e deviazioni che non finiscono mai col riconfluire nella strada giusta. L’esperienza è meno spaesante di quanto questo post potrebbe lasciar intendere, e nonostante io abbia cercato con tutte le forze di non utilizzare il termine, non credo di potermi più esimere dal qualificare il film come “sciallo”, perchè è davvero questa la parola più adatta a descriverlo.
Fate un po’ voi.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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