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«La destituzione filosofica dell’arte»

L’ultima volta che ci siamo visti vi avevo parlato di Dickie, della possibilità di dare una definizione procedurale di arte e del mio amore-odio per la filosofia analitica. Oggi vorrei parlarvi di un secondo autore che si occupa della tematica affrontata da Dickie, ma con delle basi teoriche molto più forti, C.A. Danto.
Riassunto della puntata precedente: che senso ha dare una definizione di arte? Per Dickie il senso sta tutto nella possibilità di distinguere un estintore da una battaglia di Paolo Uccello. La conclusione cui il Nostro arriva è, semplificando, che sia arte tutto ciò che il mondo dell’arte considera tale. Vediamo ora Danto.
Come sarà l’arte del futuro? Difficile dirlo. Certo è che la questione non è filosofica (i miei amici di PoliLinea sono competenti in materia, io no). È invece una problematica eminentemente filosofica se l’arte abbia un futuro. Eh sì. A fronte di quel gran puttanaio che è l’arte contemporanea il problema si pone eccome.
Danto individua tre modelli per riflettere sulla possibilità dell’arte di avere un futuro. Il primo è detto progressivo.
Secondo il modello progressivo, lo scopo dell’arte è quello di elaborare mezzi tecnici sempre più raffinati volti a dare all’opera d’arte una capacità imitativa del reale perfetta. Tale modello si evidenzia bene in riferimento al cinema e alla fotografia.
Il limite teorico del modello progressivo, è che esso, prima o poi, raggiunge una battuta d’arresto. Mi spiego. Immaginate una statua di Venere, classica, di marmo. Immaginate ora che un artista iperrealista decida di voler rappresentare quella statua nella maniera più aderente al reale possibile e decidesse di usare, al posto del marmo, una struttura rivestita con del silicone. Il prodotto finale sarebbe arte? Più probabilmente avremmo davanti una di «quelle bambole di plastica a grandezza naturale fabbricate per uomini timidi e senza speranza» (la citazione è di Danto).
Un secondo modello è quello espressivo. È arte ogni prodotto umano atto a comunicare, a esprimere qualcosa. L’idea ha degli indubbi vantaggi. Anzitutto poggia su basi teoriche molto forti (Plotino e Croce, per citare due pesi massimi), in secondo luogo è molto malleabile, si adatta con facilità a molte forme d’arte. Quando ad inizio ‘900 le avanguardie sconvolsero il panorama artistico, il modello espressivo rimase impassibile. Era perfettamente in grado di affrontare la questione. La ruota di bicicletta di Duchmamp ha un significato? Sì. Bene, è arte. Insomma, mentre schiere di critici accademisti si lambiccavano su come recepire le provocazioni delle avanguardie, il modello espressivo non storceva il naso. Ogni prodotto artistico era riconducibile ad un significato: De Kooning? Aggressività. Giacometti? Fragilità. E via dicendo.
Anche qui però arriviamo al problema. Questo modello artistico ha un difetto: si sofferma sulla possibilità di dare legittimità teorica alle singole opere d’arte, non all’arte stessa.
Cos’è l’arte? Il modello espressivo dà una risposta troppo vaga.
E allora ecco la proposta di Danto: il terzo modello è quello hegeliano. L’arte è morta secondo Hegel, c’è poco da fare. Morta non nel senso che non esista più, ma nel senso che ha perso una certa sincronia con i dinamismi della storia. L’artista moderno produce un sacco di strani manufatti che sarebbe assolutamente impossibile considerare arte… se non ci fosse la filosofia che produce dei costrutti teorici da integrare nell’esperienza estetica dell’opera.
Danto rimase affascinato, nel 1964, dalle Brillo boxes di Andy Warhol, riproduzioni identiche delle scatole di Brillo, delle spugnette per la pulizia delle cucine delle case americane. Ecco il domandone: come cacchio è possibile che delle scatole da supermercato diventino opere d’arte? Semplice! È possibile in quanto esiste una riflessione teorica che va presentata assieme all’opera stessa. Una riflessione teorica che, nella fattispecie, inerisce la critica del consumismo. È chiaro che critica del consumismo e Brillo boxes non possano essere disgiunte l’una dall’altra! È altrettanto chiaro, almeno per Danto che l’arte contemporanea non possa fare a meno di appoggiarsi alla teoria, al concetto, alla filosofia.
PoliNietzsche – Giulio Valerio Sansone
Poscritto
Lo so. Messo così l’articolo sembra l’ennesima celebrazione della filosofia da parte di uno studente di filosofia. Bella roba… In realtà non è proprio così. La visione della filosofia che Danto, al contrario di Hegel, prospetta, è quella di un ruolo ancillare, non di superiorità. Per ulteriori spunti:

Danto, A.C., La fine dell’arte in «La destituzione filosofica dell’arte», Palermo 2008
Danto, A.C., L’abuso della bellezza, Milano 2008

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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