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Entropia portami via

“In principio era il vuoto: e dal vuoto,
per una debole fluttuazione quantistica,
é emerso con il lacerante scoppio del big bang
l’universo, la materia, il tempo, lo spazio”
(Albert Einstein)  

        Se pensiamo che ogni circa 40 anni la popolazione si raddoppia, come possiamo non pensare a quello che accadrà alle nostre abitudini di vita una volta che arriveremo a consumare più di ciò di cui disponiamo? Che materiali potremo usare, cos’altro gli scienziati potranno inventare? Pensare a quello che accadrà nei prossimi 40 anni non sembra essere rassicurante, così come non lo è pensare di dover capovolgere da un giorno all’altro il nostro stato di apparente benessere. Eppure molti “illuminati” ci pensano già con largo anticipo: i risparmiatori, gli ecologisti, i ciclisti, le neo-aziende di risorse rinnovabili, quelli che vestono solo di cotone o che hanno abbandonato un certo Junk Food, (ormai OGM) affidandosi ai prodotti locali del contadino. Non sono tutti pazzi, e in realtà neanche illuminati, o come spesso vengono definiti “alternativi”, ma gente comune, nella maggior parte dei casi benestante, che ha deciso di sacrificare un po’ di quel benessere da “tempi moderni” in vista di un problema che sta diventando sempre più nitido.

Penso che a questo punto andrebbero abbandonati quei luoghi comuni che vedono queste iniziative come semplici fenomeni condizionati dalle mode del momento: questi stessi discorsi stereotipati un giorno passeranno di moda.


La situazione è ben diversa e sempre più chiara, e ce lo dimostrano recenti studi sociologici e di filosofia della scienza, nonché le statistiche e i fatti di cronaca che quotidianamente riportano mutamenti nella natura e nel clima.

 Anche durante la Biennale di Architettura, l’anno scorso, il rispetto dell’ambiente e delle risorse è stato uno degli assi portanti: molti padiglioni erano accumunati da piani di ecosostenibilità e da iniziative per sensibilizzare i cittadini alle problematiche globali -in modo sorprendente quello statunitense, da un punto di vista urbanistico, e quello della Danimarca per le grandi iniziative di recupero globale.

L’urgenza emerge sempre in diverse forme, e se la moda, o le forme d’arte, o lo stesso processo di globalizzazione per una volta possono collaborare ad espandere una buona causa, ben venga: non è la necessità a servizio della moda, questa volta, ma è la moda a servizio della necessità.


La necessità di cui stiamo parlando è stata spiegata in modo molto filosofico da un autore molto scientifico: Jeremy Rifkin. (Sebbene qualche volta Poli-Nietszche non parli strettamente di filosofia, e si perda in questo caos di argomenti, è con l’intento di aiutare, con filosofia, a mettere un po’ d’ordine nel caos!).


Rifkin vede nella storia un susseguirsi di “spartiacque critici”, ovvero di mutamenti dovuti ad una situazione critica dovuta alla perdita di una determinata risorsa: spostamenti e nuovi assestamenti di “ambienti energetici” differenti, quanto differenti sono le materie che segnano la storia delle società civilizzate.


Paradossalmente i grandi cambiamenti della storia non avvengono in periodi di abbondanza e di benessere, ma in momenti di crisi e di carenza di materie predominanti, in seguito alla dissipazione delle risorse esistenti: questo perché le nostre società si muovono e progrediscono seguendo un moto di accelerazione costante, un processo detto “entropico”, che si muove costantemente verso un “massimo”.


Così come si moltiplica la popolazione, esponenzialmente si moltiplicano anche i mezzi, gli strumenti e le forme, e silenziosamente si perde l’idea di sostanza, di quella sostanza che sola è in grado di dare l’anima alla forma. Materialmente parlando, quando finiranno le materie prime ci ritroveremo con tanti mezzi vuoti, svuotati dalla nostre stesse mani: questa è una certa visione, estrema, rivolta contro il modello Occidentale, il quale si sarebbe creato con le sue stesse armi le basi dell’attuale crisi ed avrebbe anche la “colpa” di mostrarsi ai paesi in forte crescita come un modello troppo materialistico da emulare. Scavalcando le critiche all’Occidente, invece, sembra che si raggiungerà “la tragedia” quando le materie prime termineranno e non rimarrà nulla se non un vuoto, una serie interminabili di spettri di esistenza, di copie delle copie.

L’energia non è sinonimo di benessere, anzi più si accelera il flusso energetico, più si consumano le risorse e più si accorcia il periodo tra uno spartiacque ed un altro.


“Qualsiasi ambiente successivo si basa su una forma energetica meno disponibile di quella dell’ambiente precedente”. Come per i vestiti: finito il cuoio, con il quale si coprivano i primitivi, si è usata la lana; finita la lana il cotone, coltivato nelle colonie europee per essere reimportato in grandi quantità; ed infine, oggi, si producono i materiali sintetici: una metafora dell’allontanamento dalla natura verso la riproducibilità artificiale, il cui lavoro chimico richiede un altissimo consumo energetico. E dove trovare tutta questa energia? La tecnologia non può produrre energia ma può solo sfruttare quella esistente trasformandola -secondo le leggi della termodinamica: la quantità di energia e di materia è sempre costante ed il problema attuale è proprio il bisogno incontrollabile di sfruttare sempre più energia. E quando finiranno le scorte? Basterà il soccorso delle sole energie rinnovabili? Durante il Medioevo il legno era la risorsa predominante, ma intorno alla metà del XIV secolo gran parte delle città europee si ritrovarono ad esaurire le scorte ed i prezzi salirono alle stelle: quello fu uno “spartiacque energetico”, ovvero un passaggio da un periodo energetico ad un altro, dall’utilizzo abituale di una materia all’urgenza trovarne una nuova: l’accelerazione dell’attività commerciale avendo comportato un dispendio sempre maggiore di energia entrò in “crisi” e dovette ricostruire le sue basi sociali con uno scopo nuovo, e su una materia nuova: il carbone.

Ma lo “spartiacque entropico” che caratterizza l’attualità sembra non avere ancora una sua direzione e nel frattempo vive in stato di costante accelerazione ancora senza meta. Per questo motivo si parla di “Entropia”, un termine coniato da Rudolf Julius Clausius, tra i fondatori della teoria della termodinamica, in riferimento all’irreversibilità di un processo: se in un processo, all’interno di un sistema chiuso, si perde l’organizzazione interna e l’ordine energetico, si giungerà di perdita in perdita ad una situazione di disordine costante, al caos. L’uomo tuttavia ha il potere di violare questa legge poiché è in grado di procurarsi forme di energia dall’esterno è di “trasformarle” in energia propria e di creare un processo costruttivo, opposto a quello entropico (che Clausius chiama “Neghentropia”).

Secondo Rifkin l’uomo sarebbe in grado di ristabilire l’ordine contrastando il processo entropico di dispersione di energie, solo riassestando i livelli di energia utilizzata, tornando a delimitare l’eccesso di produzione, decidendo di sacrificare un po’ di benessere superfluo dei “tempi moderni” in cambio di equilibrio: semplificando, in modo da poter scorgere l’origine dei problemi, sommersa dal caos entopico.


“L’energia totale dell’universo è costante e l’entropia totale è in continuo aumento… fino a raggiungere un equilibrio.”



Poli-Nietzsche, Costanzanza Fino

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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