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Telling my whole life with his words

Ieri è morto James Gandolfini e immagino che alla maggior parte di voi importerà poco. Lo immagino perchè anche a me non me ne frega niente e sì, questa battuta rappresenta una buona parte della raison d’etre di questo post. Quel poco che resta è costituito dal fatto che ho visto un film in cui Gandolfini ha una gradevole particina, e sto per parlarvene.

Il film in questione è Killing Them Softly, uscito nelle sale italiane qualche mese fa senza lasciare particolarmente il segno su chicchessia nonostante il cast altisonante, spesso un’attrattiva significativa per il pubblico nostrano, notoriamente propenso al divismo. Brad Pitt interpreta un assassino prezzolato chiamato a fare pulizia all’indomani di una rapina in una bisca gestita da Ray Liotta, che nonostante l’estraneità ai fatti sarà il primo a rimetterci le penne.

É invecchiato malissimo Ray Liotta, il che lo rende perfetto per le parti da schifoso che gli vengono affibbiate ultimamente (vedasi The Place Beyond The Pines); fa veramente ribrezzo, e per questo i suoi personaggi risultano molto più convincenti rispetto a quando aveva la faccia da belloccio sprovveduto (vedasi Goodfellas, film notevolmente sopravvalutato).
Il giochetto del film è questo punteggiare le comicamente inefficienti macchinazioni di una cosca malavitosa di provincia con la retorica pre-elettorale e varie altre forme di politichese a stelle e strisce, cosa in parte giustificata dal fatto che la vicenda è ambientata tra fine 2008 e inizio 2009 nei mesi della crisi finanziaria, del bail-out delle banche e dell’elezione di Obama. Quest’ideuzza non sarebbe nemmeno malissimo ma il tutto resta su un piano di allusione che non va mai da nessuna parte, e sembra messo in piedi più che altro in funzione dell’inevitabile e squisitamente esplicito ribaltamento finale che il pragmatico Brad ne opererà per la gioia di grandi e piccini.
Non che la cosa guasti più di tanto il film: l’ambientazione stile rust-belt -seppur non originalissima- è azzeccata, il cast si destreggia ottimamente e il regista, l’australiano Andrew Dominik, trova un buon compromesso tra il non accontentarsi del compitino e il non strafare, due negazioni decisamente importanti per un film che annovera il dono della sintesi tra i suoi più grandi pregi.
Due parole sul personaggio del fu Gandolfini, un altro hitman e un altro schifoso. La sua comparsa, pur fuggevole, lascia nello spettatore un senso di insoddisfazione e fastidio che complementa ottimamente la generale atmosfera di desolazione del film, per cui good job patata James e insegna agli angeli come si fanno i barbecue.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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