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The boys are making a big mess

Ieri sera ho visto l’ultimo film di Johnnie To, presentato nell’ultima edizione del festival cinematografico della capitale. Dopo una mezz’oretta dall’inizio di Drug War (questo il titolo) già si faceva largo l’idea di scrivere un post su come anche per i grandi maestri il tempo passi inesorabile e su come possa sopraggiungere una certa saturazione da parte dello spettatore, soprattutto nei confronti di uno stile di regia così riconoscibile e che spesso catalizza l’attenzione in maniera sproporzionata rispetto alle non eccelse sceneggiature che da esso vengono quasi macinate.
Mi trovo dunque un po’ in imbarazzo adesso a dover aggiustare la mira dopo che quello che si è rivelato essere più che altro un prologo ha lasciato posto alla ciccia del film, ciccia di qualità decisamente poco accessibile alla stragrande maggioranza degli altri registi di genere sul pianeta, e che, se per caso ce ne fosse ancora bisogno, conferma il cineasta hongkonghese in un ideale pantheon del cinema contemporaneo.
Drug War, come di consueto, è all’apparenza un poliziesco/thriller/action piuttosto canonico; la trama segue l’attività di una squadra antidroga della polizia di Hong Kong che a seguito dell’apparente pentimento di uno dei trafficanti si infiltra nei meccanismi di un anello dello spaccio con una serie di improbabilmente improvvisate operazioni sotto copertura.
Come avrete capito l’incedere del film subisce un’accelerata esponenziale da una certa x in poi, e se all’inizio l’accento su alcuni aspetti più procedurali dell’indagine tiene a bada l’adrenalina, siate pur certi che l’escalation sarà inevitabile ed inevitabilmente rovinosa, con un culmine di tensione psicologica e rilascio cinetico notevolissimi se presi separatamente ma totalmente dirompenti se combinati.
Johnnie To è in grado di fare con una strada, qualche macchina e qualche pistola cose che ben pochi sono mai stati capaci di mettere insieme negli ultimi 120 anni, e sotto questo punto di vista Drug War ci ripropone il maestro a livelli tali che rendono persino blasfemo il pur lieve velo di dubbio che mi aveva coperto a inizio visione; il classicissimo -benchè decisamente poco honourable- bloodshed finale entra di diritto tra le “greatest hits” della carriera di To, impresa assolutamente notevole anche solo considerando il mero volume della sua produzione, ma specialmente degna di nota per quanto poco fuori dal seminato ci siamo dovuti avventurare per raggiungere queste vette.
L’immaginario di To non è mai stato particolarmente selvaggio o fantasioso, ma i suoi film hanno spesso tratto una parte del loro fascino dalla scarsa naturalezza con cui gli sceneggiatori maneggiavano i topoi del filone gun-fu di Hong Kong. Drug War al contrario è un film che riesce a portare sulla bilancia anche un certo peso drammatico negli sviluppi della trama, risultando alla fine della fiera una pellicola peculiarmente canonica -che gioca secondo le regole, si potrebbe dire- ma che senza puntare troppo in alto raggiunge un tale livello di raffinatezza formale e perfezione artigianale da venire proiettata oltre il relativamente limitato orizzonte che si era prefissata.

“Un maestro all’opera” potrebbe essere la concisa conclusione di questo breve commento, e in questa semplice constatazione si trova in effetti il nocciolo delle motivazioni per cui raccomando caldamente a chiunque avesse appetito per un poliziesco di rango di non lasciarsi scappare Drug War.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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