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Sia lecito ai poeti il suicidio?


“Sia lecito ai poeti il suicidio. Il poeta non vuole essere salvato e chi lo fa vivere è come lo uccidesse. Non deve invecchiare, contare i giorni, avere paura, soffrire malattia.”[1]

Mettiamola così. Ho un problema che non riesco a risolvere (non solo uno ma oggi mi occuperò di questo in particolare ..), mi chiedo da qualche tempo quanto sia importante per un professionista avere una condotta “eticamente” ineccepibile anche nella sua vita privata. 
E’ importante da subito specificare che non concederò delle licenze agli artisti, o ai cosiddetti pensatori, tanto meno agli architetti, insomma a tutta quella cerchia di intellettuali, pseudointellettuali, paraintellettuali ai quali troppo spesso garantiamo una certa immunità dal giudizio più comune ed immediato, come fossero dotati di una sorta di wild card che gli conceda di non attenersi ai sermones vulgares. Anzi, direi invece che proprio loro andrebbero collocati in prima linea poiché oggettivamente dotati di una eventuale sensibilità diversa, che li dovrebbe porre alla guida dello Spirito del Tempo.

Quindi recuperando il quesito d’apertura, quanto può prescindere nel giudizio di un professionista la sua condotta privata?

Un problema sul quale sicuramente ci scontreremo da subito, è quello di stabilire un codice etico di riferimento. E’ chiaro a noi tutti come ancora oggi non si sia giunti ad averne uno realmentecondiviso. Potremmo partire facendo riferimento al nostro contesto storico culturale più immediato, il quale spinse la stessa Oriana Fallaci, che di certo non era rinomata per i suoi trascorsi da chierichetto, ad ammettere di non potersi non definire cristiana:

«Ho amato così tanto la vita da non potermi non definire cristiana».

La Fallaci rievoca considerazioni di crociana memoria, dove l’azione del cristianesimo viene vista come  fondamentale e fondante per l’odierna coscienza morale collettiva. Quindi potremmo prendere i valori cristiani come valori di riferimento, ma non lo faremo. Non sarebbe giusto adottare una confessione piuttosto che un’altra. Potremmo invece fissare la nostra Costituzione come garante laico del dibattito, ma forse sarebbe una scelta troppo fatta in casa, non esportabile oltralpe. Insomma già il primo ostacolo sembrerebbe insormontabile, troppo relativismo intorno ai valori di cui necessariamente ci dovremo servire per stabilire quale sia una condotta virtuosa o meno.

Ma potremmo forse utilizzare una scorciatoia, un po’ come quando si sceglie [Iddio maledica questa prassi] per esclusione la facoltà dell’università una volta terminato il liceo: “ingegneria troppa matematica, giurisprudenza troppo sui libri, medicina troppo tempo per laurearsi” e via discorrendo. Insomma invece che individuare un’azione buona, sceglieremo un esempio di condotta poco virtuosa che indignerebbe chiunque.  Andremo in cerca della luce per sottrazione!

Per non essere prolisso prenderei come esempio l’abuso di potere. L’abuso di potere è un gesto deprecabile a 360°, non penso si debba mettere ai voti la questione che rappresenti senza ombra di dubbio una delle più meschine azioni che l’uomo possa compiere. Un professore che si avvicina ad una studentessa in modo ambiguo, compie un abuso di potere, un professionista che sottopaga un dipendente compie un abuso di potere, un ricercatore, un giornalista, uno scrittore che scrive il falso compie un abuso di potere. E’ interessante notare come in ogni disciplina dello scibile si possa occupare il ruolo di professore, professionista, scrittore pur rimanendo architetto, artista, filosofo o geologo. Ma probabilmente se ben ci pensate, non faremmo la morale alle suddette categorie in egual modo.

Adotteremmo una severità maggiore in modo direttamente proporzionale alla percezione che avremmo dell’influenza di quella determinata professione nella realtà di tutti i giorni. L’amministratore di condominio è un ladro, il politico è un corrotto, l’arbitro è un venduto, il medico è un avaro ed il prete è un pedofilo. Viceversa il filosofo è un filosofo, l’artista è un’artista, il critico d’arte è un critico d’arte. 

Questo perché è come se alcune categorie venissero considerate tutto sommato distanti dalla quotidianità. Ma il problema non è di secondaria importanza. Pensate infatti che affidiamo proprio a queste categorie il compito di iscriverci alla storia. Ci ricordiamo oggi di quanto è accaduto ieri proprio grazie a ciò che ci è stato tramandato da musicisti, pittori, registi, scrittori, filosofi, architetti, i quali racconteranno ai posteri la nostra vita, il nostro presente.

In definitiva non possiamo adottare due pesi e due misure, poiché saremo proprio noi un domani a pagarne le conseguenze passando alla storia per mano di un abuso taciuto perché pronunciato in latino.

“Se uomini, fiere, alberi, pesci vivranno puramente, diceva, diverranno veggenti, poeti, medici e capi sulla terra, e infine dèi immortali”.[2]

Jacopo Costanzo – PoliLinea


[1] Silvia Ronchey, Il guscio della tartaruga, narrativa nottetempo, Roma 2009, p.59

[2] Ivi, p.58

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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