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Pull my chin, stroke my hair, scratch my nose, hug my knees

Nell’ultimo periodo ho rispolverato una vena sportiva lungamente sopita (il salto della metafora colpisce ancora): oltre a praticare almeno un minimo sindacale, infatti, mi sono fatto una cultura sul mondo dello sport universitario americano, immaginario che ha sempre esercitato un certo fascino su di me grazie al particolare misto di senso di appartenenza e consapevolezza della natura effimera dell’esperienza. Ancor prima che dai college a stelle e strisce, questa fascinazione con lo sport scolastico mi è però stata trasmessa dai manga di ambientazione liceale. Sono come molti cresciuto guardando Holly e Benji e Mila e Shiro, e più tardi ho seguito avidamente le uscite in edicola di fumetti come Slam Dunk e Dash Kappei. Nell’ambito, il mio autore preferito, l’unico che ho rispolverato anche più in là, in fasi, si spera, di maggior consapevolezza culturale, è Mitsuru Adachi, che del sottogenere sportivo è diventato negli anni riconosciuto maestro, pur approcciando l’argomento in maniera più tangenziale e meno sensazionalistica di altri suoi colleghi. Le sue due opere più note, incentrate sul baseball, risalgono agli anni ’80 e ’90 e di entrambe è stata prodotto un’adattamento da schermo con attori in carne ed ossa. Di H2 è stata prodotta un’intera miniserie, mentre per Touch si sono arrangiati con un lungometraggio, di cui vorrei appunto parlare oggi.
Touch, nel 1984, è stata la prima opera di grande successo di Adachi, tanto che ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità anche in Italia dove l’anime tratto è andato in onda col nome di Prendi il mondo e vai.
L’opinione comune è che Touch sia il capolavoro del fumettista giapponese, ma personalmente la ritengo un’opera giovanile che pur contenendo tutti gli elementi classici del suo stile è ancora abbastanza lontano dalla raffinatezza e maturità di altri lavori. In questo senso si presta forse meglio di altre serie di dimensione comparabile alla trasposizione cinematografica, che comunque non può non prendere molte scorciatoie per rientrare coi tempi.
La storia che Touch racconta è irriferibile per motivi che chiunque abbia letto il fumetto ben saprà, ma penso si possa dire senza problemi che l’incisività e l’enorme impatto dell’epicentro drammatico di tutta la vicenda donano al fumetto un alone di classicità veramente impressionante; per la semplicità del meccanismo e per la fortissima sensazione di trovarsi di fronte a una storia che non poteva non essere raccontata.
Questa sensazione è trasposta piuttosto bene nel film che pur mortificando larga parte del cast comprimario e, cosa ancora più grave, la figura femminile principale, riesce comunque a mantenere il contatto con il nucleo di ciò che rendeva l’opera originale così riuscita.
Molto più che nel fumetto il baseball è il centro dell’intera vicenda -e per inciso, avere un minimo di dimestichezza con le regole del gioco è prerequisito abbastanza importante per seguire il tutto- e questa virata sul testosteronico cambia un po’ gli equlibri tra i personaggi, sacrificando in particolare la protagonista femminile Minami, che sulle pagine del manga era decisamente il personaggio più consapevole e maturo e che invece nel film diventa alquanto delicata e piagnucolosa.
Anche la componente più leggera e spensierata della vicenda è sacrificata sull’altare del dramma sportivo e umano, ma se non altro questi aspetti dell’opera sono ben trasposti grazie anche ad un lavoro registico che non è per niente scontato per un film destinato al piccolo schermo. Da una parte è molto azzeccata l’idea di non fare di Touch un film in costume ambientato negli anni ’80: Kazuya e Tatsuya hanno il cellulare e fiocinano il mostro del lago di Resident Evil 4; questo non impedisce al regista di catturare in pieno l’atmosfera tersa e idealistica -ma non ingenua- dei fumetti di Adachi, e i frequenti stacchi su inquadrature di cielo e nuvole sembrano un messaggio ai trepidanti fan del manga, come a voler dire “Non vi preoccupate, so cosa sto facendo”. E in effetti l’affetto profuso nella cura dei dettagli lascia pochi dubbi sul rispetto e addirittura l’attaccamento dei realizzatori al materiale sorgente, e pur nella, inevitabile sì, ma comunque brutale sfoltita cui la serie viene sottoposta, la fondamentale scintilla di ispirazione che caratterizza in fin dei conti tutti i migliori lavori di Adachi viene compresa e curata in maniera da non farla spegnere.
Non so se consigliare questo film come punto di ingresso nel mondo di Adachi, probabilmente si farebbe un disservizio sia alle sue doti di disegnatore sia a quelle di sceneggiatore, ma resta il fatto che sarebbe stato facile abbandonarsi a tentazioni di ammodernamento che avrebbero tradito lo spirito dell’originale, e questa trasposizione a 24 fps coglie l’essenziale del fumetto pur con tutte le rinuncie del caso.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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