Home / Musica / Quanto valgono gli Arctic Monkeys?

Quanto valgono gli Arctic Monkeys?

Nel 2006, anno del mio diciottesimo compleanno, sono successe tantissime cose meravigliose. Oltre alla vittoria del mondiale – e non fate gli snob, nutro profondo odio per chi ha affrancato la musica dal calcio – quella estate ebbi il piacere di vedere dal vivo ben tre pilasti (forse due e mezzo) della mia crescita musicale: Roger Waters – bassista dei Pink Floyd (spero di dover specificare solo per i duenni)- Eric Clapton, e i Rolling Stones. Ecco dove ero io, mentalmente, musicalmente, quando I Bet You Look Good On The Dance Floor faceva impazzire già da diversi mesi tanti miei coetanei. Sempre per il bimbo di due anni di sopra stiamo parlando degli Arctic Monkeys, forse ultima band del revival indie-rock britannico capace di conquistare pubblico non solo per sé stessa ma anche per la scena musicale a sè coeva.

Whaterver People say I Am, That’s What I’m Not, uscito nel Gennaio di quel fatidico 2006, seguendo la più classica tradizione del rock britannico è il disco che ha stabilito il record di vendita per un album di debutto, cosa che ai tempi successe a Definitely Maybe degli Oasis, giusto per citare un precedente. E a ben vedere i Monkeys hanno più di qualcosa in comune con i loro padri putativi di Manchester, a cominciare dall’aver confezionato un album oggettivamente orecchiabile e valido, se non fosse però che al suo interno non c’è assolutamente nulla che non si sia già sentito un milione di volte nella musica pop inglese. Non basta l’accento dello yorkshire di Tuner per rendere un disco standard di pop britannico interessante. Ci siamo già passati, c’hanno già fregati. E se è innegabile l’appeal di molti dei pezzi dell’album, è perché è innegabile che i Beatles, i Kinks, gli Smiths, i primi Oasis (che a loro volta hanno copiato da un intero background di musica inglese) sono entrati talmente tanto nell’immaginario inconscio collettivo che non possiamo fare a meno di quell’approccio musicale e gli inglesi, compiaciuti, si spingono in magnifiche auto glorificazioni che bastano e avanzano per vendere i dischi nel resto del mondo. Questo tipo di indie-brit-rock è paragonabile al tardo grunge, o quell’hard rock ottantiano paillettato. Nessuno dice che non possa piacere ma ragionando bene tutti sappiamo da dove vengono quei riff e che di autentico o originale c’è ben poco.

Tuttavia Alex Turner e compagni hanno dimostrato di non essere una band ‘in it only for the money’, provando progressivamente a cambiare una formula che gli avrebbe assicurato un vagonata di soldi almeno per i prossimi dieci anni (chi ha detto Oasis?). Già Favourite Worst Nightmare, anche grazie alla produzione, riesce a tirar fuori un sound leggermente mutato rispetto all’esordio, soprattutto per il suono schiacciasassi assegnato alla batteria di Matt Helders, vero e proprio mattatore dell’album. Peccato però che a conti fatti a trainare l’album ci siano sempre le solite soluzioni che hanno fatto ricche generazioni di musicisti albionici. La vera sopresa arriva con Humbug, in cui Turner muta completamente il suo modo di cantare, a favore di uno stile decisamente più maturo soprattutto in alcuni episodi inaspettati, su tutti “Crying Lightning”, e “Pretty Visitors”. Peccato che il disco nel suo complesso, nonostante l’impegno artistico e di produzione, rimanga piuttosto inconsistente ed inoffensivo. Se un cappotto nuovo non fa di te una persona diversa, non è certo la produzione di Josh Homme a fare degli Arctic Monkeys una band interessante eoriginale, e questo lo dimostra anche il successivo Suck it and See, che è un disco che si muove vergognosamente negli schemi del brit pop anni ’90, con l’unica differenza che il sound delle chitarre è di matrice più americana, ennesimo passo a metà di una band che tenta di rinnovarsi ma che fallisce per un’evidente mancanza di fantasia e talento (e di ascolti?).

Con buona pace di tutti i bravi ragazzi che sono andati ad ascoltarli nelle recenti date italiane.
PoliRitmi-Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

Check Also

Beck – Sea Change (2002)

Beck negli anni Novanta fu uno degli idoli assoluti della Generation X, l’autore paradigma di ...