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And she couldn’t get that accent right

Il film americano è una delle esperienze più ambite e temute per qualsiasi regista proveniente da mercati minori. C’è chi ci prende gusto, chi lo rinnega per il resto dei propri giorni, chi ci ricasca. In ogni caso è una tappa che desta curiosità e aspettative (oltre che pregiudizi) particolari e più marcate di quelle che circonderebbero un altro film in patria, anche se spesso il chiacchiericcio ha vita breve.L’ultimo a tentare la fortuna nella terra delle possibilità è Park Chan Wook, regista Coreano noto ai più per la trilogia della vendetta che comprende Mr. Vendetta, Lady Vendetta e il più celebre Oldboy, il cui remake a stelle e strisce è peraltro in dirittura d’arrivo nelle sale d’oltreoceano.
Il film in questione, Stoker, è da poco comparso nei cinema del belpaese dove non ha fatto più sfracelli di quanti non ne abbia fatti in America, il che non lascia prevedere un futuro roseo per la carriera anglofona di Park visto anche che nemmeno la critica è stata particolarmente entusiasta.
Trattasi di un thriller dalle tinte gotiche, reminiscente se non tributario dell’Ombra del dubbio di Hitchcock per quanto riguarda l’idea di base della trama, ma dalle tinte più forti e dalle immagini più esplicite coerentemente con i precedenti lavori del regista di Seoul.
Questo delle tinte è in realtà un eufemismo bello e buono visto che non sarebbe certo esagerato chiamare Park un provocatore, più o meno nello stesso senso in cui la qualifica potrebbe essere attribuita a un Tarantino. La fascinazione per le immagini forti è da sempre una parte integrante dei suoi film, e molta della sensazione destata dalle sue opere è senz’altro dovuta alla presenza di situazioni estreme e personaggi con poche mezze misure. Stoker non fa eccezione sotto questo punto di vista e, pur essendo una pellicola quasi moderata per gli standard del regista, fa molto affidamento sull’impressione destata da una manciata di scene chiave per portare a casa il punto.
Il cast fa un ottimo lavoro nell’assecondare gli umori (nemmeno troppo altalenanti) del film, e il dai e vai tra la Wasikowska e la Kidman è sicuramente un meccanismo ben oliato, la ciliegina sulla torta di una confezione anche all’altezza delle aspettative, ma che non può nascondere la fondamentale carenza di mordente sia dal punto di vista narrativo, sia da quello, più intangibile, dell’atmosfera.
La tensione dell’intero film verso alcuni snodi della trama mortifica il pur apprezzabile tentativo di evocare un immaginario modernamente gotico, che viene usato come un mezzo o un punto d’appoggio più che un fine in sè.
Il problema di Stoker non è il fatto che guardandolo ci si aspettino disgrazie dietro ogni angolo, nè che le disgrazie poi effettivamente arrivino senza suscitare particolare sorpresa. Il problema è che questa manciata di scene ad effetto non riesce a sostanziare o meglio definire l’immaginario di cui sopra, e nemmeno eventualmente a portarlo a delle estreme conseguenze, ma si limita a schiaffeggiare lo spettatore e a dargli in mano delle chiavi d’interpretazione alternativamente troppo vaghe (è il caso del personaggio della Wasikowska) o troppo dettagliate (l’inquietante zio). Il risultato è che l’alone di mistero viene dissipato senza che la contropartita in termini di soddisfazione e compiutezza dell’arco narrativo sia quantomeno in grado di pareggiare il bilancio.
Non un tonfo esagerato dunque -Park stesso ha offerto di ben peggio in passato- ma sicuramente non un passo avanti nella carriera di un regista che comunque non avrà problemi a rimettersi in sesto.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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