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Il paese usa il clacson

Arrivi e nemmeno te ne accorgi, ma sei arrivato in Oriente. Il grande Oriente. L’India è sicuramente un posto incantato, uno di quei posti in cui le virtù degli uomini si trasformano in tradizioni e le tradizioni divengono magia. Sono arrivato a Mumbai durante la massima espressione del Monsone e appena metti piede fuori dall’aeroporto ti accorgi che sarà intenso. La struttura non è ben identificabile perché è policentrica e tutti i padiglioni afferiscono ad un’unica grande piazza coperta con teloni sintetici. I prepaid taxi? Sembravano rassicuranti…meglio lasciarli perdere: prima grande fregatura del viaggio. Si arriva comunque stanchi al nostro albergo in un quartiere che, per motivi logistici, è stato scelto piuttosto vicino all’aeroporto. L’indomani mattina siamo pronti per immergerci in questa città onnivora. Tentiamo di prendere un tuk tuk (rickshaw motorizzato) per raggiungere Colaba e gli altri quartieri centrali. 

Ci dicono che a questi non è consentito arrivare al centro, e capiamo il perché non appena prendiamo un taxi regolare e ci dirigiamo verso un enorme ponte strallato a pagamento. Nonostante il traffico caotico, rumoroso, e per un occidentale alla guida, probabilmente fatale, le operazioni di riscossione del pedaggio si svolgono in maniera celere ed organizzata, seppur manuale. 55 Rupie – circa 80€cent – per attraversare questo enorme serpentone che si snoda sull’oceano indiano in parte su pilastri in cemento armato ed in parte sorretto da cavi stralli. Superato il ponte lo scenario cambia decisamente: la relativa tranquillità del quartiere economico e semiperiferico di una sterminata città asiatica lascia il posto ad una multiforme e chiassosa mandria. Ed è proprio questa l’idea che ho avuto attraversando le strade del centro, ogni genere di mezzo, persona, animale ed oggetto in movimento su una medesima sede stradale: il risultato un caos terribilmente affascinante. Il suono del clacson è l’unica costante invariante di ogni angolo della città. Si suona per farsi sentire, si suona per farsi vedere, si suona per salutare e si suona per imprecare. 




Nessuno sembra sapere come affrontare la grande bestia del traffico veicolare, eppure, alla fine, tutti si tengono lontani da qualsiasi incidente. Ci facciamo lasciare davanti al Victoria Terminal, la stazione ferroviaria in stile coloniale (dal nome non lo avremmo mai detto…) più trafficata dell’Asia. A vederla sembra un’enorme cattedrale, tremendamente decadente, che accoglie pellegrini, mercanti, uomini di affari, mendicanti e turisti. Gran parte del traffico ferroviario dell’India dell’est transita per questo scalo, e le attività dell’indotto sono molteplici. Bancarelle di ogni natura e forma sono disseminate nei dintorni della struttura, e come le forme e i colori sono i più diversi e a volte sensazionali, così lo sono gli odori. 
Le tappe seguenti sono l’università a cui purtroppo non è consentito l’accesso, la high court, anch’essa in stile coloniale mobilità una innumerevole serie di uomini di affari e soprattutto avvocati, riconoscibilissimi grazie alla divisa che, evidentemente, sono tenuti ad indossare nello svolgimento delle loro funzioni. Guardandoli mi è venuto un pensiero in mente e subito la mente è corsa ad una celebre orazione di Lisia “Per l’uccisione di Eratostene” in cui l’autore prende le difese di un cittadino che evidentemente non ha mezzi per difendersi da sé. 
Continuiamo il giro e ci dirigiamo al gateway of India, un arco eretto su di un molo per commemorare la venuta di re Giorgio V e della moglie Mary il 2 dicembre 1919. Alle nostre spalle a questo punto si erge il Taj Mahal Palace Hotel, l’albero più lussuoso del subcontinente indiano. Ha sempre catturato la mia attenzione notare come gli alberghi più lussuosi al mondo si trovino nei paesi più disagiati. Da una parte questo mi disturba, da bravo benpensante occidentale che si fa venire i sensi di colpa solo quando ci si trova in mezzo a queste situazioni, dall’altra però voglio darmi come scusa il fatto che un grande albergo di lusso impiegherà un gran numero di persone e, pensieri da finto perbenista a parte, non nuoce minimamente al Paese, quindi mi tranquillizzo e gli scatto qualche foto. 
In questo stesso luogo succede qualcosa che non mi aspettavo. Cominciano a domandarci in maniera piuttosto insistente di poter essere fotografati. Dapprima pensiamo male, e mostriamo il lato negativo da bravi occidentali viziati che non appena qualcuno che non sia europeo o statunitense si avvicina in un paese straniero ci allontaniamo impauriti. Dopo aver visto però l’insistenza di queste persone che apparivano davvero affascinate dalla nostra presenza, ci siamo convinti e lasciati andare. In fin dei conti un po’ di narcisismo non ce lo neghiamo, e vedere la loro gratitudine per una cosa così piccola è stato piuttosto appagante. Di pensieri a questo proposito me ne sono venuti molti, il più persistente dei quali è stato e rimane quello riguardo al fatto che probabilmente un ragazzo indiano nel 90% dei casi non ha mai avuto l’opportunità di lasciare il proprio poliedrico e vasto paese, e vedere davanti a sé una persona simile a quelle che avrà avuto modo di vedere nei film al cinema o in televisione, lo eccita e lo fa sentire parte di un mondo molto più vasto di quello che, perfino in una sterminata India, ha potuto vivere sinora. 
Di sensazioni, impressioni ed emozioni ce ne sarebbero ancora tante già al terzo giorno, tuttavia ora preferisco lasciarvi ed andarne a vivere delle altre.

ps chiedo scusa per l’impaginazione e la formattazione cui noi di Polinice siamo molto affezionati ma i mezzi a mia disposizione sono piuttosto limitati qui!


Federico Giubilei – Polinesia

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