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Nuove realtà di protesta a Istanbul



Sopitesi in parte le violenze, la protesta a Istanbul non si è assolutamente spenta, ma ha assunto forme nuove e originali. Da settimane ormai, in vari quartieri della città, nei parchi di zona, sono nati diversi comitati coordinati tra di loro, che quotidianamente la sera si riuniscono in assemblea aperta per parlare assieme in merito ai diversi temi emersi nei giorni di occupazione diGezi Park.


Gli argomenti sono vari: nei forum in questione, i cittadini si ritrovano per approfondire e discutere le modalità con le quali portare avanti la protesta (non essendo ancora stata detta l’ultima parola circa il famoso progetto di sostituire al parco l’ennesimo centro commerciale), ma si analizzano anche i diversi progetti edilizi e ingegneristici (riguardanti Istanbul e non solo) che il governo ha in cantiere, che inciderebbero pesantemente sulla morfologia e la vita della città. Non mancano ovviamente neanche questioni politiche e sociali più generali.
Le giornate di Gezi hanno lasciato il segno, risvegliando l’animo e il senso civico della società civile di Istanbul. In realtà, si tratta del probabile coronamento di un processo iniziato prima dell’occupazione del parco. Già da qualche anno, infatti, sono in atto proteste contro le sconsiderate politiche edilizie e ingegneristiche attuate o progettate per la città da parte del governo. Da più parti si denuncia l’insostenibilità della crescita di Istanbul e sono sempre di più coloro che avvertono che i limiti naturali dello sviluppo della città sono stati raggiunti se non superati.

Il progetto riguardante Gezi Park e i violenti scontri che la sua tentata attuazione ha innescato hanno ulteriormente radicalizzato e allargato il movimento di protesta. Si tratta, infatti, di una protesta incredibilmente trasversale che ha unito tutta la cittadinanza senza distinzioni di genere, età, religione, etnia o fede sportiva. È questa probabilmente la cifra più importante di una protesta sviluppatasi per la salvaguardia di un parco ed evolutasi in un movimento organizzato schierato a difesa di diritti, libertà, ambiente e cultura. Buona parte della cittadinanza istanbuliotanon si fida più di un governo nazionale sempre più sordo e autoritario, legato a grossi interessi economici, che ha dato anche l’impressione di voler sviluppare un programma politico sempre più conservatore in senso islamico. Una scelta incompatibile con la radicata tradizione laica della giovane storia repubblicana del paese.


I forum, spesso suddivisi in più atelier(gruppi di discussione con compiti o argomenti specifici), fanno registrare un’ampia partecipazione e sono organizzati in maniera eccellente perché il tutto si svolga in maniera pacifica e rispettosa. Dopo una prima parte nella quale solitamente con l’ausilio di esperti viene illustrato ed esplicato l’argomento del giorno, si sviluppano dibattiti nei quali chiunque voglia (in alcuni casi previa richiesta di un numeretto perché l’ordine sia garantito) può dire la sua. Ognuno ha a disposizione 4 minuti per esprimere la propria opinione. Nessuno ha diritto ad interrompere chi parla. Per evitare ciò, ma anche per non recare disturbo al vicinato con urla e applausi, gli ascoltatori possono manifestare la loro approvazione alzando e roteando le loro mani (per intenderci, il modo di applaudire dei non udenti) ed il loro dissenso, invece, alzando e incrociando le mani. Il tutto ha inizio intorno alle 21.30 e si conclude intorno alla mezzanotte, non prima di aver ripulito l’area dall’eventuale immondizia. L’atmosfera è sempre molto pacifica e positiva e i presenti partecipano con attenzione e interesse. Gli abitanti di Istanbul, da anni violentata da politiche edilizie senza scrupoli e arbitrarie, votate al profitto di pochi, hanno deciso di riprendere il controllo della città e hanno dimostrato di essere disposti a tutto e andare fino in fondo.

Per il momento il governo di Erdoğan ha saputo confrontarsi con le istanze rappresentate dagli occupanti di Gezi solamente con la forza e la repressione, ma dovrà presto rifare i conti con una società civile non più disposta ad assecondare i progetti del suo governo e le sue manie di protagonismo. Erdoğan, infatti, forte di un notevole consenso elettorale che da più di dieci anni gli garantisce il ruolo di leader indiscusso del paese, ha accentrato il potere nelle sue mani e ha ritenuto lecito e possibile non curarsi delle pur presenti opposizioni, di non doversi confrontare con le diverse anime che compongono la società turca ed i suoi tradizionali principi repubblicani e democratici. Forte dei successi economici del suo governo, Erdoğan si è sentito legittimato a decidere per tutti.

Detto ciò, oltre a questa innovativa forma di organizzazione della protesta, la piazza e le strade non sono state abbandonate, a dimostrazione della serietà e la vivacità del movimento che si è sviluppato. Purtroppo, come anche gli ultimi giorni hanno ribadito, ogni volta che le manifestazioni tentano di raggiungere le aree o i luoghi più significativi ed importanti della città (nonché quelle più battute dai turisti), puntuale è l’intervento della polizia che senza mezzi termini non lascia spazio alla libera e pacifica espressione dei propri motivi e delle proprie richieste.


In conclusione, il moto di protesta è tutt’altro che morto o sopito. Ha assunto nuove forme originali e promette di dare filo da torcere al governo se questo, in un anno particolare per il paese, carico di aspettative legate soprattutto alla ripresa del processo di pace con i curdi, non deciderà finalmente di ascoltare e confrontarsi in maniera costruttiva con le istanze che una rediviva società civile sta presentando con tanta forza e passione.

Istanbul, 5 agosto 2013

Matteo Mancini

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