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L’esodo


“Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi. Si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti, senso di inadeguatezza, aspettative e chissà in quali altri modi ancora. Sappiamo, però, che sono vivi e sono il filtro attraverso cui chiunque matura la propria, personale visione del mondo.”[1]


Costanzo, Petrella, Piantoni ; Project Heracles, 2011 (img concorso)

L’undici maggio duemiladieci venne pubblicato l’album di Luciano Ligabue dal titolo: Arrivederci, mostro!.

Il penultimo brano di quel disco rimane tuttora il più lungo della sua intera discografia.

All’epoca ero discretamente vigile sull’attività musicale del rocker di Correggio e rimasi da subito colpito dal brano Quando mi vieni a prendere? Di certo non per la sua durata insolita, ma per il soggetto così assurdo da cui la canzone prende dichiaratamente spunto.


Pochi ricorderanno un fatto di cronaca avvenuto a 30 Km da Bruxelles, nelle Fiandre Orientali, esattamente a Derdermonde, il 23 gennaio 2009.

Un individuo travestito da Pierrot, il mimo e personaggio della commedia dell’arte innamorato della Luna, fece irruzione in un asilo ferendo a morte una maestra e due bambini.

A poco più di un anno di distanza Ligabue affidò al brano sopracitato il compito di narrare la vicenda efferata che lo aveva profondamente colpito.


Naturalmente non posso conoscere le traiettorie dei labirinti mentali, seguiti dal cantante italiano, che lo hanno spinto a cimentarsi in un’impresa così ardua, fuori luogo a tratti. Ma posso capire cosa significa rimanere affranti, abbattuti, come svuotati, da una notizia a primo acchito così distante dalla nostra vita di tutti i giorni.


Ebbene all’alba del giorno di San Lorenzo, appena dieci giorni fa, un barcone con a bordo 104 persone è stato avvistato a ridosso della spiaggia del lungomare di Catania. Esattamente nella Plaja, così denominata proprio perché caratterizzata da un fondale sabbioso a differenza della restante porzione di costa cittadina prevalentemente scogliosa.


Cinque trentenni ed un minorenne presenti sul peschereccio salpato dall’Egitto non hanno mai messo piede in Italia. Sono annegati nel tentativo di raggiungere la costa.


Come italiani e come figli della web generation, intossicata da ogni tipo di news, abbiamo una certa confidenza con le cronache di sbarchi, naufragi, ripescaggi, morti e miracoli. Perfino il neo Papa, dalla partenza così entusiasmante, ha aperto la sua campagna elettorale in un campo profughi a Lampedusa. Insomma bisognerebbe essere davvero uno stronzo per non conoscere l’emergenza in tema di immigrazione che vive il nostro Mare ed il nostro Paese, di conseguenza alle tragedie che affliggono da tempo l’area nordafricana ed il Medio Oriente.


Ma non è questo che mi ha colpito. Inutile fare del facile moralismo su di in blog che ti lascia parlare, sfogando frustrazioni e malcontento. Il punto cruciale della vicenda è il come ed il dove.


I sei migranti morti sono annegati a 15 metri dalla battigia.

Sono annegati convinti di avercela fatta. Si sono gettati in mare, loro che non sapevano nuotare, in un punto infame, proprio dove il fondale sabbioso all’improvviso ridiscende bruscamente prima di adagiarsi comodo fino alla riva. Inghiottiti e poi riemersi. Morti.

Non ce l’hanno fatta anche perché stremati da un viaggio della speranza che dalle coste dell’Egitto e della Siria li aveva condotti fino a poche bracciate dalla riva etnea.


In un mondo normale Angelo (chiameremo così l’unico minorenne defunto) sarebbe stato dall’altro lato a prender parte alla godereccia movida estiva catanese. Sì perché non solo è morto in circostanze paradossali a pochi metri dal traguardo, ma è morto di fronte a centinaia e centinaia di ragazzi che inconsapevolmente a pochi passi da lì stavano consumando la loro ennesima serata estiva all’insegna di quelle abitudini che noi tutti conosciamo: consumazioni, prevendite, fumo, droghe per ricchi, buttafuori, red bull, vodka liscia, paccate, tavoli, sudore, ti offro da bere, andiamo in bagno, famme fa na botta, offrigli una sigaretta, anvedi che bocce, quella t’ha guardato, mo lo gonfio, cornetto all’alba, ci si sveglia primo pomeriggio, si ricomincia poco dopo.

Ed io c’ero, come prima e più di prima, in prima fila, da Ponza a Panarea non mi sono risparmiato neanche in questa Estate 2013.  


Poi per uno strano motivo senti la storia di Angelo, passa alla televisione magari in una fase di dormiveglia, mentre sei ancora puzzolente e malconcio dalla serata precedente. E solo tu puoi cogliere e poi documentare la cosa in modo così netto, surreale, forse perverso. Perché sul Corriere e su Repubblica non collegherebbero mai la vita danzante dei giovani italiani all’ennesimo nero annegato in mare. Loro si occupano di integrazione solo se di mezzo ci si mette un titolo da brivido, magari grazie ad una curva di uno stadio o alle considerazioni di un senatore leghista, e tutto si appiattisce per l’ennesima volta. Con quella sensazione di déjà vu che ha oramai anestetizzato il nostro cervello. 


Ad Angelo tutta questa storia non interessa, non la sapeva e non la saprà mai.

Lui avrà scorto dapprima le luci della città in lontananza, poi sua maestà l’Etna, poi forse qualche lettino dello stabilimento balneare, prima di scendere dall’imbarcazione, finire a picco e tornare a galleggiare gonfio d’acqua.  


La morale non esiste, non la sai, non si riesce a trovare.


Ci limiteremo alla cronaca. Catania e l’intera Costa Orientale della Sicilia (ieri è stato avvistato un barcone con 100 migranti ad Aci Castello ed un altro con 150 nella spiaggia di San Lorenzo a Noto), prima distante dalle rotte del traffico di migranti, è oramai diventata un punto di riferimento per queste nuove ondate, a causa soprattutto dei conflitti in Siria ed Egitto, terre geograficamente prospicienti il versante Est dell’isola.


I giorni vacanzieri sono qualcosa di meraviglioso per noi tutti, l’augurio migliore che possiamo fare ad un ragazzo oggi è di non perdere l’entusiasmo di andare a fare baldoria, senza però spedire in soffitta quella fame di giustizia che ogni giorno di più ci provano a sedare anche offrendoci/imponendoci una vita dissoluta, impedendoci così di vigilare, di riflettere e di armarci per capovolgere l’ordine delle cose.



La spiaggia di Riccione, milioni di persone
le pance sotto il sole, il gelato e l’ombrellone
abbronzati un coglione, non l’hai capito ancora
che siamo stati sempre in guerra
anche il 15 a Viserba
in guerra con noi stessi, tra video e giornali
e noi sempre più lessi a farci abbindolare
con la nostra indifferenza, la passione per le cose
che non possiamo stare senza
anche le pericolose
come ad esempio una canzone
mentre la stai cantando
di là qualcuno muore
qualcun altro sta nascendo
è il gioco della vita
la dobbiamo preparare
che non ci sfugga dalle dita
come la sabbia in riva al mare

CIAO 

Lucio Dalla – Ciao



Jacopo Costanzo – Polinesia




[1] Il titolo dell’articolo è liberamente ispirato alla canzone di Franco Battiato L’Esodo.

   Il virgolettato del primo paragrafo è tratto da un’intervista a Luciano Ligabue.

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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